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I “riflessi” della didattica a distanza

In tempi di pandemia abbiamo conosciuto questo nuovo modo di frequentare la scuola, a distanza.

Questo sistema ha certamente difeso i ragazzi e le relative famiglie dai contagi, ma gli studi fatti a posteriori ci hanno consegnato un quadro allarmante.

Le cose subito note sono state le difficoltà di tante famiglie che non avevano i mezzi necessari per frequentare da casa, poi che in tante zone la connessione internet non era all’altezza, poi che il rendimento scolastico, come l’attenzione, calavano, sono cresciuti enormemente i casi di miopia, ma quanto emerso dalle indagini sulle reazioni psico-emotive è ben più grave.

In pratica, stress, nervosismo, irritabilità e depressione sono le reazioni psico-emotive rilevate nei ragazzi, oltre alla minore concentrazione e capacità di apprendimento, alla perdita motivazionale e alla maggiore affaticabilità.

Questi problemi dipenderebbero dalla noia, dalla solitudine, dall’abbandono di abitudini consolidate che avevano rappresentato parti integranti della vita quotidiana della scuola, quali l’incontro e lo scambio con i compagni.

Senza la socialità si sono acutizzati nei bambini e nei ragazzi il senso di solitudine, il nervosismo ed il clima ambientale è stato percepito come pesante se non addirittura, avverso.

Ovviamente, le ripercussioni sono state differenziate, certamente più rilevanti nelle famiglie più fragili.

Nel complesso, per il 38% dei ragazzi, la Dad è una esperienza negativa e faticosa anche per problemi di ordine logistico e tecnico: troppe ore da restare ‘connessi’ a internet e lezioni online. In pratica, non l’hanno avvertita come positiva e la avversano come modalità di istruzione, con i danni che questo comporta,

Si conferma, quindi, che la formazione scolastica non è solo un processo di crescita cognitiva ma anche emotiva, relazionale e comportamentale che per crescere bene devono essere inserite in un clima favorevole che, purtroppo, la pandemia ha duramente colpito.

La didattica a distanza, inoltre, soprattutto per i bimbi della scuola dell’infanzia e primaria, ha limitato l’apprendimento, ha abbassato la capacità di concentrazione ed ha diminuito la curiosità, invece fervida nelle fasce infantili.

Queste sono le ragioni principali per le quali, nonostante le proteste di tanti, abbiamo deciso di tenere aperte le scuole.

Garantendo la sicurezza di tutti dai contagi, il ritorno alla scuola in presenza è l’unico modo per impedire ai nostri figli di cadere in quel circuito pericoloso che potrebbe avere ripercussioni anche in futuro.

 

 

Rincari bollette, AGSM faccia la propria parte

A fronte dei considerevoli aumenti delle bollette di luce e gas, almeno fino ad aprile prossimo AGSM non chiuda i contatori e consenta la rateizzazione delle bollette alle famiglie veronesi in difficoltà con i pagamenti.  

Entro la fine di dicembre verranno comunicati gli aggiornamenti per le tariffe di luce e gas, in vigore per il periodo gennaio-marzo 2022, con aumenti stimati tra il 20 e il 25% rispetto ai tre mesi precedenti per l’energia elettrica e tra il 35 e il 40% per il gas naturale. Si tratta di circa 800 euro in più a famiglia (136 euro in più a famiglia per la luce, 679 per il gas – stima NOMISMA). Questi rincari si aggiungono a quelli già avvenuti da luglio scorso.

L’emergenza prezzi materie prime è evidentissima: il petrolio ha quasi raddoppiato il suo prezzo da inizio anno mentre il gas naturale ha registrato un balzo del 400% in un anno.

Il Governo Draghi è già intervenuto:

  • a fine luglio ha stanziato 1,2 miliardi di euro per finanziare la riduzione della componente Asos (la voce che in bolletta è destinata soprattutto a finanziare lo sviluppo delle rinnovabili, a riduzione, quindi, degli oneri di sistema) per il terzo trimestre 2021
  • a fine settembre con altri 3,5 miliardi di euro che hanno consentito, da un lato, di attenuare l’effetto degli aumenti di luce e gas per 29 milioni di famiglie e oltre 6 milioni di utenze elettriche “non domestiche”, e, dall’altro, di neutralizzare l’impatto dei rincari per i titolari dei bonus sociali.

Infine, con la Legge di Bilancio 2022 ha stanziato altri 3,8 miliardi di euro per calmierare i prezzi energetici per i mesi invernali.

In tutto, negli ultimi sei mesi, ben 8,5 miliardi per  aiutare famiglie e imprese a pagare le bollette sempre più salate di luce e gas.

Non è finita, perché il Governo sta studiando un altro intervento da 3 miliardi di euro da approvare con un decreto legge ad inizio del prossimo anno.

Uno sforzo notevole, almeno per superare il periodo invernale.

Di fronte a questi prezzi è più che concreto il rischio che una famiglia veronese possa o sia costretta a scegliere tra rinunciare al riscaldamento o vedersi chiudere il contatore (dopo il 70esimo giorno dalla scadenza dell’ultima bolletta non pagata).

Senza danneggiare alcuno, AGSM può contribuire a dare una mano: alle famiglie che non sono in grado di pagare il doppio della bolletta che normalmente pagano, non chiuda il contatore e consenta il pagamento rateizzato della stessa.

Se si ritiene si può scegliere anche una soglia ISEE, sotto la quale si può godere di questa agevolazione temporanea (18/20.000 euro?).

Le differenti differenze di genere

Si parla tanto di uguaglianza di genere, tanto che penso sia opportuno approfondire come mai, sebbene il livello di istruzione femminile sia sensibilmente più elevato di quello maschile, nel mondo del lavoro l’Italia ha un tasso di occupazione femminile di 18,5 per cento (48,9 contro 67,4 per cento) rispetto alla media europea nella fascia 15-64 anni.

Partiamo dall’istruzione. Al termine della scuola media, le studentesse hanno voti migliori: il 43,1 per cento delle ragazze consegue un risultato finale di 9 o 10, mentre solo il 31,6 per cento dei ragazzi raggiunge questa votazione. Al termine della scuola secondaria di secondo grado le ragazze conseguono il diploma in proporzione maggiore rispetto ai ragazzi (53 per cento contro 47). Il voto medio delle ragazze è di 84 su 100, cinque punti in più dei loro compagni. Le ragazze hanno una maggiore propensione a proseguire gli studi: l’80 per cento intende seguire corsi universitari contro i 65 per cento dei maschi.

All’Università il numero di laureate è superiore rispetto a quello dei laureati e si laureano con voti più alti (104 su 110 contro 102 su 110 per i maschi).

Studi migliori, ma nel mondo del lavoro?

Il salario medio per una laureata a 5 anni dalla laurea è di 1.403 euro netti mensili, mentre un laureato maschio guadagna in media 1.696 euro.

Come mai?

Molto dipende dai diversi settori di impiego. Infatti, nei cinque settori maggiormente remunerativi la proporzione di laureati maschi è maggiore. Le laureate sono, invece, maggiormente presenti nelle discipline meno remunerative.

Sono diversi i fattori che incidono su questo dato: il primo è che in assenza di adeguate strutture per la cura dei figli (come asili nido), le donne tendono ad avere carriere più discontinue, ovvero scelgono impieghi che garantiscano una maggiore flessibilità con effetti negativi sulla retribuzione.

Il secondo è che per lo stesso motivo i lavoratori maschi sono preferiti, in termini di opportunità di lavoro alle lavoratrici.

In pratica, i datori di lavoro preferirebbero lavoratori uomini alle lavoratrici nei settori più remunerativi, a causa di condizionamenti sociali legati al ruolo “familiare” delle donne.

A ciò ci aggiunge il dato degli studi universitari nelle discipline scientifiche, ingegneristiche e matematiche: la quota degli uomini laureati sfiora il 37 per cento, contro il 17 per cento per le donne.

Le materie in questione garantiscono percorsi futuri, e remunerazioni, molto differenti.

La Lega resta di estrema destra.

Resto stupito di fronte al dibattito che circonda la Lega, in particolare sulle presunte figure “moderate” di Giorgetti e Zaia in contrapposizione a Salvini, definito più radicale.

Un dibattito astruso, perché la Lega è e resterà un partito di estrema destra e la svolta europeista è stato un inganno per partecipare al governo.

Certo, il dibattito ha origine dal fatto che parrebbe che Salvini sia tra l’incudine di parte che vuole rimanere al governo e il martello della perdita di consensi a favore di FdI, ma la sua risposta è sempre quella di alimentare il clima da campagna elettorale con temi da destra estrema.

La cosa che mi colpisce è che si faccia finta di non vederlo. Mentre in Europa la tengono a distanza perché la considerano il peggio della destra e lui non vuole entrare nel PPE, qui in Italia alcuni commentatori – purtroppo anche all’interno del PD – ragionano su improbabili conversioni.

Come non vedere con chi si allea? I suoi amici sono Orban, Le Pen e il destrorso polacco che sta negando diritti che sono patrimonio comune dell’Europa e con i quali vuole creare un gruppo alternativo al PPE.

Lo scontro tra Salvini e Giorgetti, tra partito di lotta e di governo, è fumo negli occhi, soprattutto perché Giorgetti non rappresenta il partito e al proprio interno non raccoglie neanche un voto.

Peraltro, Giorgetti e Zaia hanno sempre votato tutto e mai hanno messo in discussione la linea politica imposta da Salvini.

Il fatto è che se davvero ci fosse una proposta “moderata” e questa prevalesse, la Lega diventerebbe un altro partito perché ad oggi è saldamente su una linea politica antieuropeista e di lotta, pur facendo parte del governo.

La Lega non potrà cambiare pelle perché il suo elettorato è quello. Noi che li conosciamo tutti, quell’elettorato cosa pensa dei diritti? Dell’immigrazione? Dell’Europa? Della tassazione e dei servizi pubblici? Ebbene, come possiamo pensare che quella cosa si  possa trasformare in altro?

Poi c’è la competizione con FdI. Se Salvini si modera perde consenso, se invece resta a destra tiene, ma non può fare quello che è per davvero, il peggior destrorso, perché se lo sognerebbe di fare il Presidente del Consiglio.

Questo mix di condizioni viene annegato con i continui slogan da campagna elettorale che ogni giorno ci propina.

Poiché tra non molto si voterà, io penso che se continua a restare nella coalizione di maggioranza dovrà poi assumersi la responsabilità anche delle scelte del Governo contrarie a quello che ha sempre detto. E’ sempre più evidente che Draghi non gli sta concedendo nulla e questo si vedrà sempre di più.

Ergo, vedo più che possibile la sua uscita dalla maggioranza – che auspico vivamente – dopo il voto per il Capo dello Stato.

Checchè ne dicano Giorgetti e Zaia!

In Senato affossata la legge sui diritti

Nel segreto del voto tutti coloro che hanno sguaiatamente esultato in aula ed altri che sono stati zitti zitti, hanno eliminato dal tavolo ogni discussione sul riconoscimento del diritto sacrosanto di contrastare i crimini d’odio.

Sembrava una scena inverosimile ed invece è realmente accaduto in uno dei due rami del Parlamento.

Appreso l’esito del voto che affondava la proposta di legge dal titolo: “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità“, le destre hanno applaudito e festeggiato, come se il contrasto alle discriminazioni non fosse anche una loro responsabilità.

Vergognoso.

In ogni caso, la legge non è passata a causa di numerosi franchi tiratori.

Ho vissuto quei momenti e credo di avere le idee chiare su tante cose. In questa news, però, mi preme suscitare la riflessione su se e quando era possibile un percorso diverso.

Almeno dal mese di luglio ho sempre avuto chiaro che i numeri a nostro favore erano risicati e che il margine di prevalenza sarebbe stato molto scarso. Correttamente, da segretario d’aula del Gruppo PD, ho sempre fatto presente questo fatto in modo da poter far riflettere sulla possibilità di votare o non votare quel testo.

A tal proposito, qualcuno dice che se non avessimo osato le destre mai avrebbero aderito a modifiche, checché ne dicano adesso. Per mesi, infatti, hanno impedito anche la sola calendarizzazione in aula del provvedimento, perché mai avrebbero dovuto provare a lavorare con noi per modificarlo?

Altri dicono che non era sufficiente proporre di cambiarlo a poche ore dal voto decisivo, come invece è stato fatto e, quindi, come mai nonostante la prevalente consapevolezza che non avevamo i numeri, non si sia provato a fare in estate ciò che è stato fatto poco prima del voto?

Ragionevolmente sono vere entrambe le cose, sebbene sia portato a pensare che, normalmente, quando hai più tempo a disposizione rifletti di più e hai l’occasione di scoprire meglio il gioco altrui.

Il voto ad ottobre sarebbe in ogni caso arrivato.

Bollette più care: mercato e ambiente

Il prezzo della produzione e della distribuzione dell’energia elettrica è formato dal prezzo delle materie prime e da quello dei permessi.

L’attuale aumento del costo dell’energia è la conseguenza dell’ aumento del costo del gas naturale – da gennaio il prezzo è salito da 16 a 75 euro/MW – causato da diversi fattori: la ripresa economica, l’inverno particolarmente freddo nel Nord Europa e la forte domanda di gas da parte della Cina. Gli incrementi, quindi, sono frutto di tensioni sui mercati delle materie prime.

Inoltre, il costo dei permessi di emissione della CO2 è salito da circa 30 euro/tonnellata di CO2 a 60 euro.

Ovviamente, i rincari si sono trasferiti sui prezzi dell’energia elettrica e del riscaldamento che per l’80 per cento sono legati agli aumenti del gas naturale (il restante 20 per cento è legato al rincaro dei permessi di emissione), ovvero sui consumatori finali.

Normalmente, i prezzi delle materie prime sono fortemente influenzati dalla domanda che c’è sui mercati. Questa è cresciuta molto negli ultimi mesi in ragione della ripresa economica in atto. Ma il prezzo è anche condizionato dalle riserve disponibili. Ebbene, per il gas naturale le riserve disponibili si sono ridotte di molto, sia perché l’inverno è stato più lungo e ha richiesto più consumi, sia perché la Russia, che è il principale esportatore, ha rallentato le forniture verso l’Europa e le ha aumentate verso la Cina.

Quindi, mentre per il gas naturale l’aumento è stato dettato dal mercato, per il prezzo dei permessi di emissione della CO2 l’aumento è una conseguenza voluta. Infatti, la tassazione della CO2 è il principale mezzo per contrastare il riscaldamento globale. Aumentando i prezzi della CO2 e quindi dell’energia, si mira a ridurre i consumi di energia e riorientare le scelte di consumo e investimento verso le fonti rinnovabili.

Ciò significa che mentre il peso della ripresa economica e dalla scarsità del gas naturale potrebbe essere transitorio, i prezzi delle emissioni di CO2 resteranno comunque più elevati rispetto al passato.

Nel breve periodo, pertanto, è necessario intervenire per calmierare i prezzi, ma serve una certa cautela. Infatti, quando la ripresa economica si asseterà e la scarsità di gas sarà recuperata, i costi dell’energia potranno comunque restare più alti di adesso per via delle scelte da fare sui permessi per le emissioni in ragione del fatto che il contrasto al riscaldamento globale passa attraverso gli aumenti dei prezzi dell’energia dovute anche ai permessi.

Qui sorge il tema del peso dei prezzi delle bollette sulle famiglie a basso reddito a causa del minor reddito disponibile. Se non si risolve questo nodo, sarà difficile favorire le politiche per il cambiamento climatico, perché le pagherebbero i più poveri.

Ecco perché la scelta del Governo è stata quella di ridurre il peso del fisco sulla bolletta in ragione del criterio ISEE. Chi meno ha, meno paga e la cosa curiosa è che i soldi che serviranno per “abbassare” le bollette deriveranno proprio dal gettito generato dai permessi di emissione della CO2. Ad oggi, l’Italia ha già incassato circa 2,6 miliardi di euro, ovvero più del  doppio rispetto agli ultimi anni.

Covid, le regole per i lavoratori

Per il periodo 15 ottobre 2021-31 dicembre 20211 è stato disposto l’obbligo di possesso – e di esibizione su richiesta – di un certificato verde COVID-19 (in corso di validità) ai fini dell’accesso ai luoghi di lavoro – in cui si svolga l’attività del medesimo soggetto – sia nel settore lavorativo pubblico sia nel settore lavorativo privato.

L’obbligo vale per tutti  i dipendenti pubblici e gli altri soggetti che svolgano, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato presso le amministrazioni pubbliche, anche sulla base di contratti esterni ed i lavoratori (ivi compresi i suddetti soggetti in formazione o volontari) operanti nel settore privato

Le disposizioni per il settore pubblico e per quello privato sono in larghissima parte identiche; una delle differenze riguarda  la possibilità, prevista per le imprese private aventi meno di quindici dipendenti, nel rispetto di determinati limiti e condizioni, di sostituire provvisoriamente i lavoratori che non possono svolgere la prestazione in quanto inadempienti all’obbligo di possesso – o di esibizione su richiesta – di un certificato verde COVID-19.

Sia nel settore lavorativo pubblico sia in quello privato viene prevista l’esenzione dalla condizione suddetta (ai fini dell’accesso ai luoghi di lavoro) del possesso del certificato verde COVID-19 per i soggetti per i quali un’idonea certificazione medica attesti una controindicazione relativa alla vaccinazione contro il COVID-19.

Per l’ipotesi di accesso nei luoghi di lavoro in mancanza delle condizioni summenzionate e per l’inadempimento dei due obblighi suddetti a carico del datore di lavoro sono previste sanzioni amministrative pecuniarie.

Saranno i datori di lavoro, pubblici e privati, a definire – entro il 15 ottobre 2021 – le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche – anche a campione – del rispetto della condizione di accesso summenzionata nonché l’obbligo di svolgimento delle medesime verifiche. Le sanzioni saranno comminate dal Prefetto che riceverà la comunicazione da parte dei datori di lavoro.

Nei casi in cui un lavoratore (non esente) comunichi di non essere in possesso della certificazione verde COVID-19 o risulti privo della medesima certificazione al momento dell’accesso al luogo di lavoro, l’interessato sarà dichiarato assente ingiustificato fino alla presentazione della suddetta certificazione e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, con la conseguente sospensione della retribuzione o degli altri compensi o emolumenti previsti.

Viene comunque escluso che le suddette assenze diano luogo a conseguenze disciplinari – mentre l’ipotesi di accesso al luogo di lavoro in mancanza delle condizioni in esame può dar luogo a sanzioni disciplinari, secondo i relativi regimi – e viene fatto salvo – per i casi di assenze medesime – il diritto alla conservazione del rapporto di lavoro.

Per le imprese private con meno di quindici dipendenti, dopo il quinto giorno di assenza ingiustificata, il datore di lavoro può sospendere il lavoratore – a prescindere dalla successiva generazione di un certificato verde COVID-19 e fermi restando, in ogni caso, l’esclusione di sanzioni disciplinari e il diritto alla conservazione del posto di lavoro – per la durata corrispondente a quella del contratto di lavoro stipulato per la sostituzione, comunque per un periodo non superiore a dieci giorni, rinnovabili per una sola volta, e non oltre il suddetto termine del 31 dicembre 2021.

Ridurre il consumo di plastica

In Parlamento stiamo recependo una direttiva dell’Unione Europea sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente.

Gli obiettivi principali sono prevenire e ridurre l’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, in particolare l’ambiente acquatico, e sulla salute umana, nonché promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili, contribuendo in tal modo al corretto funzionamento del mercato interno.

Le materie plastiche sono tra le componenti principali dei rifiuti marini, stimate a rappresentare fino all’85% dei rifiuti marini trovati lungo le coste, sulla superficie del mare e sul fondo dell’oceano e si stima che vengano prodotte annualmente, a livello mondiale, 300 milioni di tonnellate di materie plastiche, di cui almeno 8 milioni di tonnellate si perdono in mare ogni anno.

L’importantissimo provvedimento prevede specifici principi e criteri direttivi, quali:

  1. garantire una riduzione duratura del consumo dei prodotti monouso e promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili;
  2. incoraggiare l’uso di prodotti sostenibili e riutilizzabili, alternativi a quelli monouso;
  3. ove non sia possibile l’uso di alternative riutilizzabili ai prodotti di plastica monouso destinati ad entrare in contatto con alimenti, prevedere la graduale restrizione all’immissione nel mercato dei medesimi consentendone l’immissione nel mercato qualora realizzati in plastica biodegradabile e compostabile;
  4. adottare misure volte a informare e sensibilizzare i consumatori e a incentivarli ad assumere un comportamento responsabile al fine di ridurre la dispersione dei rifiuti;
  5. includere i bicchieri di plastica tra i prodotti monouso;
  6. introdurre una disciplina sanzionatoria effettiva, proporzionata e dissuasiva per le violazioni dei divieti e delle altre disposizioni di attuazione della medesima direttiva, devolvendo i proventi delle sanzioni agli enti di appartenenza dei soggetti che procedono all’accertamento e alla contestazione delle violazioni e destinando detti proventi, all’interno del bilancio di tali enti, al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni di cui alla presente lettera.

Per promuovere l’acquisto e l’utilizzo di materiali e prodotti alternativi a quelli in plastica monouso, è riconosciuto un contributo, sotto forma di credito d’imposta a tutte le imprese che provvedono all’acquisto e all’utilizzo di prodotti che sono riutilizzabili o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile.

Una decisione importante che inciderà sulle nostre abitudini, nella consapevolezza che non ci sono alternative possibili, visti i danni che la plastica sta producendo all’ambiente e alla nostra qualità della vita.

Green pass, va usato se…

Nonostante la gravità della pandemia il Governo italiano non ha imposto l’obbligatorietà della vaccinazione, se non per alcune categorie, in particolare per i sanitari ed i parasanitari.
Io concordo con questa scelta e concordo con il fatto che i sanitari che non vogliono vaccinarsi devono essere sospesi dal servizio.
Troppo pericoloso lasciarli in quei luoghi di cura e di assistenza con persone fragili che rischiano la vita in caso di contagio.
Con la vaccinazione che prosegue, si è aperto il dibattito sulla valenza e sull’uso del cd. Green pass, il certificato che attesta l’effettuata vaccinazione.
Un documento che consentirà al possessore di muoversi più liberamente, ma che potrebbe essere usato anche per favorire la vaccinazione.
Io penso che il Governo debba agire con il Green pass per indurre gli italiani a vaccinarsi sempre di più.
Mi spiego.
Statisticamente oggi è possibile calcolare quando sarà raggiunta l’immunità di gregge. Nel caso si dovesse comprendere che ci vorrà ancora tanto tempo e le varianti del virus provocano una recrudescenza dei contagi, io sarei per usare il green pass come leva per accelerare le vaccinazioni, ovvero imporrei alcune restrizioni per coloro che non ne sono in possesso per ragioni diverse da quelle sanitarie.
La Francia ha fatto questo. Ha limitato gli spostamenti dei non vaccinati ed ha ottenuto il risultato che sono aumentate significativamente le prenotazioni per il vaccino.
Non è una punizione, ma un corretto uso di uno strumento basato su dati oggettivi quale quello dei contagi e dell’immunità di gregge.
Inutile sottolineare che una scelta simile andrebbe a favore innanzitutto di coloro che non si sono vaccinati per scelta. Sono i primi a rischiare, come dimostrano i dati dei ricoveri ospedalieri, ma rischiano anche di rendere vani gli sforzi ed i sacrifici che stiamo facendo.

 

DDL Zan, perché approvarlo così

Sul disegno di legge che introduce maggiori tutele contro l’omofobia, ovvero protegge anche l’incolumità delle persone introducendo nuovi diritti, il Partito Democratico non deve indietreggiare di un millimetro.

Non è un’affemazione che non tiene conto della complessità della situazione, in particolare quella riferita alle rilevanti difficoltà di approvarlo in Senato a causa dei numeri risicati di cui disponiamo, ma è l’unico obiettivo per sgombrare il campo dalle ipocrisie delle destre che avversano ideologicamente questo diritto.

Esse non hanno alcuna intenzione di mediare, come diversamente dichiarano, perché rappresentano un blocco culturale che non accetta che le persone omosessuali abbiano una vera cittadinanza. Uno schieramento sociale che va ben oltre l’Italia e che lega le destre estreme di diversi paesi europei che si uniscono e si consolidano anche attraverso l’avversione ai diritti in questione.

Le prove non mancano. Oggi lo avversano, ma il testo è stato modificato alla Camera dei Deputati anche con loro proposte, Poi, basta leggere i loro proclami, i loro slogan, leggere le loro proposte – negano addirittura l’identità di genere – e vedere i loro comportamenti – hanno fatto di tutto per impedire l’approdo in aula ed il confronto in commissione – per comprendere meglio di cosa abbiamo di fronte. Peccato che Italia Viva sia ambigua su questo punto.

Al contrario, le tutele ed i diritti sono parte integrante del nostro essere, il nostro profilo identitaria ed ideologico, perché solo con i diritti si proteggono le persone, soprattutto i più deboli.

Di fronte a questa sfida tra due modi di essere, non possiamo affrontare il confronto paventando modifiche. Seppur legittime e correttamente poste, nella cornice che ho delineato rischiano di essere accomunate al benaltrismo delle destre e di offrire il fianco ad uno schieramento che ha solo l’obiettivo di affossare la legge, non di modificarla.

C’è di più. Se si intende contrastare questa destra ed impedirne la saldatura ideale, proporre modifiche all’introduzione del diritto ad esprimere liberamente il proprio orientamento sessuale, prepara il terreno per confondere le responsabilità ed i ruoli tra chi vuole più tutele e chi proprio non ci pensa (e se potesse, ne toglierebbe).

In altre parole, se la proposta di legge viene modificata nel voto segreto – fatto innipotesi possibile in ragione dei numeri in campo – può essere che l’elettore non creda nella bontà della posizione del Pd visto che alcuni proponevano modifiche al testo? E perché mai dovremmo fare questo regalo agli altri?

Tenere ferma la posizione chiarisce le responsabilità se nel voto segreto dovessero esserci sorprese negative.

In conclusione, siamo in una fase in cui la posizione più razionale, più chiara e più credibile è quella di approvare il ddl Zan così com’è.