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L’intimidazione degli zaiani contro Crisanti

Nella democrazia di Zaia chi dice cose diverse da quelle imposte dalla sue scelte, viene querelato.

Azienda Zero, azienda sanitaria della Regione Vento ha depositato una denuncia per diffamazione  avverso il comportamento del dipendente Prof. Andrea Crisanti in quanto le critiche espresse pubblicamente dall’interessato avrebbero screditato le strategie di prevenzione adottate dalla Regione Veneto in tema di Covid 19.

Secondo il professor Crisanti, il Veneto avrebbe fatto affidamento sui tamponi rapidi, invece di quelli molecolari, a fronte del fatto, come dimostrava un suo studio diagnostico, che tre tamponi rapidi (di prima e seconda generazione, oggi superati) su 10 non avrebbero intercettato i contagiati da varianti del virus covid 19.

Lo studio è stato condotto dal professor Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di Medicina molecolare all’Università di Padova, dalla dottoressa Annamaria Cattelan, primario di Malattie infettive, collaborati dal professor Stefano Toppo e dal dottor Vito Cianci, direttore del Pronto Soccorso in Azienda ospedaliera a Padova;

Dallo studio emerge  che le varianti genetiche dell’antigene N Sars-CoV-2 non verrebbero rilevate dai test antigenici. Ciò, quindi, avrebbe compromesso l’affidabilità dei tamponi rapidi, che dal 15 gennaio, su richiesta della Regione Veneto, sono stati conteggiati nel bollettino nazionale dei contagi.

Se l’ipotesi venisse suffragata sarebbe possibile ipotizzare che l’utilizzo di massa dei tamponi rapidi in Veneto – che ha raggiunto quasi il 68% di tutti i test del tampone per Sars-Cov-2 – possa aver involontariamente favorito la diffusione di varianti virali da questi non rilevabili, contribuendo così alla loro libera circolazione e all’inefficacia delle misure di contenimento poste in essere dalla Regione. In pratica, l’utilizzo di massa dei test antigenici per bloccare la trasmissione del virus avrebbe favorito la diffusione di varianti non rilevabili del virus medesimo.

In proposito, rileverebbe anche il fatto che pare che sia stata inoltrata da parte del prof. Crisanti ad Azienda Zero una segnalazione che riportava alcune evidenze già emerse in merito ancora nel mese di ottobre 2020, prima che lo studio venisse completato e reso noto e che di questo non risulterebbero informati né il Comitato Tecnico Scientifico nazionale né il Ministero della Salute.

Inoltre, i primi esiti dello studio sono stati resi noti anche pubblicamente dal prof. Crisanti con interviste su un giornale locale padovano a fine mese ottobre 2020.

Da fonti stampa emerge che la Procura della Repubblica di Padova ha aperto un’inchiesta per appurare se i tamponi rapidi possano avere un’affidabilità molto inferiore a quella dichiarata dalle aziende farmaceutiche produttrici e, quindi, per questa ragione aver favorito la seconda ondata di contagi in Veneto.

I fatti sono così gravi che ritengo sia doveroso approfondire il delicato contesto. Infatti, anziché esaminare lo studio per confutarne le ragioni o per rivalutare le scelte operate, i dirigenti scelti da Zaia hanno preferito la via giudiziaria che sembra avere il brutto sapore dell’intimidazione.

In merito ho presentato un’interrogazione al Ministro Speranza per chiedergli di avviare un’urgente indagine ispettiva per fare piena chiarezza sulla validità dello studio in questione.

Le conseguenze della crisi sulle economie

Sulla base di dati certi, possiamo dire che l’intensità delle ricadute economiche conseguenti alla pandemia Covid è stata molto diversa tra paesi e altrettanto diverse sono state le risposte.

In Europa, i paesi più colpiti, come la Spagna e l’Italia sono stati costretti ad incrementare il deficit di più rispetto agli altri, come la Germania e i paesi nordici.

Inoltre, dato che la crisi è stata più grave, anche il debito pubblico è aumentato di più rispetto a quello dei paesi del Nord Europa.

Quindi, la stretta relazione tra crisi sanitaria covid e ripercussioni economiche è più che evidente.

Poichè la crisi economica causata dalla pandemia ha provocato cadute del Pil senza precedenti, per reperire i fondi necessari per fornire sostegno alle attività più colpite e sostenere la ripresa, i governi hanno dovuto incrementare i deficit pubblici.

È altamente probabile che anche nel 2021 saranno mantenuti deficit elevati, sia per sostenere attività e famiglie colpite dalla crisi, sia per sostenere la ripresa.

Il problema è che le differenze nei deficit pubblici e nelle cadute del Pil significano anche  differenze molto marcate nella dinamica del rapporto debito-Pil e, per l’Italia, penalizzata dalla recessione più grave e dal maggior livello del debito pubblico prima della crisi, questo sara ancora più una zavorra per la ripresa.

Inoltre, la divergenza con gli altri paesi è cresciuta.

Per capire meglio questo fenomeno basta far riferimento alla serie storica della differenza tra il rapporto debito-Pil italiano e quello tedesco. Questo dato, già in rapida crescita dal 2011, cioè dalla crisi dei debiti sovrani, con la crisi attuale ha raggiunto il massimo storico di quasi 90 punti.

Inoltre, secondo le stime degli analisti, non diminuirebbe nemmeno nei prossimi anni.

Preoccupa il fatto che queste divergenze possano creare nuove tensioni all’interno dell’Unione Europea. Infatti, l’anno prossimo dovrebbero tornare in vigore le regole sui bilanci pubblici e se non si trovano formule adeguate che possano contemperare situazioni tanto diverse, sarà un problema.

Un altro problema potrebbe rappresentarlo il possibile aumento dell’inflazione, per esempio a causa di una ripresa sostenuta a pandemia finita. In questo caso, la Banca centrale europea non potrebbe continuare l’attuale politica monetaria espansiva e, di conseguenza, potrebbero nascere nuove tensioni sia sul fronte politico che su quello finanziario.

Le decisioni anti covid e l’allegra banda dei Pierini.

Il Governo ha deciso le nuove misure per affrontare l’emergenza Covid. In fondo, riporto alcune slide esplicative.

Sul provvedimento, la Lega si è astenuta perché chiedeva un “coprifuoco” più morbido di un’ora, dalle 22 alle 23. Un decreto fondamentale per affrontare l’emergenza sanitaria, rifiutato per un’ora in meno di coprifuoco. Una cosa che solo a raccontarla fa ridere, ma, purtroppo, è proprio così.

Una premessa doverosa: come è sempre accaduto, le scelte sono orientate sulla base dei dati scientifici.

Purtroppo, le evidenze attuali sono: la variante “inglese” ha preso decisamente il sopravvento ed è notevolmente più contagiosa e la scienza ha provato che il virus resta sospeso in aria per qualche tempo. Queste due certezze hanno determinato l’apertura vera dei soli locali che hanno spazi all’aperto. In Italia come anche altrove. Ad esempio, in Inghilterra, nonostante abbiano vaccinato oltre la metà della popolazione, possono aprire solo i locali all’aperto.

Ma il “coprifuoco” esiste solo in Italia? No. In Austria parte alle 20, in Belgio alle 22. In Francia alle 19,  in Germania alle 21, alle 22 in Olanda e in Spagna alle 23.

Quindi, il solito Salvini la spara inutilmente grossa. Il problema è che sostiene il Governo. Dunque, questa maggioranza è stata composta per affrontare insieme e responsabilmente la pandemia, ma se quello lì continua a fare lo scienziato, per quanto mi riguarda potrebbe anche uscirne. Di sicuro noi non ne sentiremo la mancanza.

Tra i Pierini annovero anche il sindaco Sboarina. Lui che nel pieno dei contagi chiudeva i parchi vuoti e lasciava aperta Piazza Erbe, adesso sbraita per protestare sul fatto che in Arena non possono entrare più di 1.000 spettatori (è stata ribadita la quota imposta già nel 2020).

Ovviamente, non ha alcuna cognizione dei dati scientifici, ma, soprattutto, non ricorda che le deroghe possono essere concesse dalla Conferenza delle Regioni su proposta della Regione Veneto? Lo dice la norma. Peraltro, già l’anno scorso Zaia firmò l’ordinanza con la deroga per l’aumento dei posti da 1.000 a 3.000. Ordunque, possiamo fidarci di uno che parla facendo finta di non sapere le cose? Io no!

Poi c’è un certo Mazzi che, non so a quale titolo sinceramente, urla che lo spettacolo in Arena è in ginocchio a causa della decisione del Governo Draghi. Non si può chiedere ad uno che non sa di cosa parla perché lo faccia, ma posso chiederlo al giornale che rilancia le sue interviste come se fossero fondate su evidenze scientifiche provate. Non lo sono e poiché ha promesso che si incatenerà ai cancelli dell’anfiteatro, andrò a fotografarlo in modo da studiare come un essere umano supera il limite della decenza.

E che dire dei rappresentanti veronesi di commercianti e albergatori? Non serve specificare perché protestano. Entrambi parlano come se il virus eviti di frequentare i locali e gli alberghi. Ma la cosa più singolare è certamente il fatto che, il primo non ha capito che nei luoghi chiusi la probabilità di ammalarsi è altissima e il secondo che i turisti non vengono perché i loro paesi di origine sono messi come noi e non consentono gli spostamenti.

Insomma, è riemersa un’allegra banda di disinformatori che orienta le coscienze con invettive e slogan pseudo negazionisti, mai basate sui dati. Anzi, no…sono basate sui conti, ma qualcosa mi dice che non sono i conti della triste lista quotidiana dei decessi.

 

Slide Decreto Riaperture

Emergenza epidemiologica covid-19 e ciclo dei rifiuti

Le caratteristiche dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 hanno inciso non solo sugli aspetti sanitari ed economici, ma anche sulla capacità di risposta nel settore dei servizi essenziali, tra cui la gestione del ciclo dei rifiuti, dalla raccolta al trattamento.

La Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti  e su illeciti ambientali ad esse correlati – di cui faccio parte – ha ritenuto di interloquire in tempi rapidi con soggetti pubblici e privati, e di concludere un’inchiesta su Emergenza epidemiologica COVID-19 e ciclo dei rifiuti, al fine di fornire al Parlamento, ai decisori pubblici nei vari livelli di governo, statali e regionali, al mondo produttivo e ai cittadini un quadro di ciò che si è verificato, nonché valutazioni e raccomandazioni orientate al futuro.

In poche slide, una sintesi.

Slide Emergenza epidemiologica covid-19 e ciclo dei rifiuti

Il Piano Oncologico Nazionale

In Senato abbiamo approvato la proposta di redigere il nuovo piano nazionale oncologico.

La pandemia ha messo alle corde il sistema di prevenzione e diagnosi precoce delle malattie oncologiche.

Uno Stato civile non può consentire nessun ritardo su un tema che ha un forte impatto sulla vita dei pazienti e su quella delle loro famiglie, condizionandone moltissimi aspetti, dal lavoro alla sfera delle relazioni sociali, dalla condizione economica a quella psicologica.

Per questa ragione, abbiamo avviato un percorso che è stato concluso con un impegno: il piano nazionale oncologico.

In pratica, il Governo è stato incaricato di redigerlo, coordinandolo con il Piano oncologico europeo di prossima adozione, seguendo questi cardini:

  1. adottare iniziative utili per promuovere le reti oncologiche regionali, anche mediante uno stanziamento di risorse dedicato al finanziamento delle relative attività, previa definizione dei criteri di assegnazione e di un adeguato piano di incentivi in favore delle Regioni nell’ambito delle risorse programmate per il Servizio sanitario nazionale;
  2. attivare i necessari strumenti per il coordinamento, a livello nazionale, delle attività delle reti oncologiche regionali, nell’ottica di garantire l’efficacia del modello;
  3. adottare iniziative, per quanto di competenza, volte a potenziare l’assistenza oncologica domiciliare e territoriale per ridurre il numero di accessi alle strutture ospedaliere, valutando la possibilità nel rispetto dei vincoli di bilancio di introdurre un sistema di incentivi collegati al raggiungimento di obiettivi strategici;
  4. adottare iniziative, per quanto di competenza, per rinnovare e modernizzare la dotazione strumentale e tecnologica per gli screening diagnostici, per le attività chirurgiche e per la radioterapia;
  5. incentivare l’attuale tavolo tecnico interistituzionale per l’adozione di linee di indirizzo o linee guida per la telemedicina e per gli altri servizi della sanità digitale in generale e per il settore oncologico in particolare, nell’ottica di uniformare i programmi esistenti, predisponendo altresì adeguate forme di incentivazione;
  6. adottare iniziative volte a sostenere il funzionamento e lo sviluppo di centri multidisciplinari di alta specialità che presentino i necessari requisiti per l’accreditamento, anche in collaborazione con il settore privato, nell’ottica di sviluppare e diffondere la terapia CAR-T, quale opportunità di sviluppo del SSN e valorizzazione dei ricercatori;
  7. adottare iniziative di competenza per attuare quanto previsto dall’intesa Stato-Regioni 26 ottobre 2017 sul documento “Piano per l’innovazione del sistema sanitario basata sulle scienze omiche” nell’ottica di garantire il più ampio accesso alla medicina di precisione, sollecitando le conclusioni del tavolo di coordinamento interistituzionale con il compito di attuare il piano, con particolare riferimento agli investimenti necessari per assicurare la multidisciplinarietà, strutture adeguate e personale altamente specializzato;
  8. adottare iniziative per dare un nuovo impulso all’iter per l’istituzione della rete nazionale dei tumori rari e a garantire il pieno funzionamento degli European referecence networks, reti di riferimento per le malattie e i tumori rari a livello dell’Unione europea, anche attraverso specifici finanziamenti;
  9. adottare nuove strategie comunicative che agiscano in modo integrato per garantire nei tempi e nei modi corretti accesso agli screening diagnostici, alle terapie di ultima generazione e alle varie forme di riabilitazione socio-sanitaria per consentire ai pazienti un re-inserimento tempestivo nella loro vita sociale e professionale,
  10. valutare la possibilità di trasformare una comunicazione prevalentemente verbale in una comunicazione multicanale: televisite, teleconsulti, videochiamate, chat con i familiari, video-meeting tra gli operatori, maggior uso dello smarthphone e dei tablet anche in ospedale o nei servizi territoriali;
  11. facilitare la consegna di farmaci a domicilio per attivare una riduzione degli spostamenti che potrebbe creare un impatto negativo sui pazienti oncologici, in relazione all’approvvigionamento di farmaci in piano terapeutico. L’accesso del farmacista a domicilio consente di controllare l’assunzione, fornire le informazioni necessarie a mantenere alta la compliance al farmaco e un maggior empowerment del paziente e del caregiver;
  12. a monitorare l’attuazione del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, laddove riconosce il ruolo e le funzioni della figura dell’infermiere di famiglia, adottando iniziative per prevedere un reclutamento nazionale adeguato, nell’ottica di rafforzare concretamente i servizi territoriali anche per i malati oncologici;
  13. adottare iniziative volte a garantire il sostegno psicologico così come previsto dai LEA anche ai malati oncologici.

I risultati della partecipazione alla riflessione sul PD

Il Segretario del PD, Enrico Letta, ha lanciato un’importante iniziativa di ascolto, chiedendo di riflettere sui 20 punti principali del suo discorso all’Assemblea Nazionale del 14 marzo 2021.

Avevo diffuso anche io i 20 punti e lo schema per rispondere (https://www.vincenzodarienzo.it/partecipa-alla-riflessione-sul-pd/).

Delle tante risposte che mi sono pervenute ne ho fatto sintesi quando è toccato a me dire la mia in merito.

L’esito di questa ampia consultazione dei circoli e degli iscritti è riepilogata in queste semplici slide.

I risultati della partecipazione alla riflessione sul PD

La prossima Pubblica Amministrazione

Il governo intende sbloccare i concorsi pubblici per procedere a nuove assunzioni nella Pubblica Amministrazione. Si prevedono, quindi, due fatti: il blocco del turnover viene eliminato e, quindi, dovrebbero essere assunte più persone di quante andranno in pensione.

Come è noto nell’ultimo decennio il blocco del turnover nel pubblico impiego ha avuto un effetto importante, anche se non ha toccato tutti i settori.

I primi provvedimenti di blocco del turnover furono intrapresi dal 2008 a causa dell’aumento della spesa pubblica dovuta all’aumento del reddito medio. All’epoca le assunzioni furono bloccate e furono previste anche limitazioni alla sostituzione del personale in uscita.

Dal 2014, poi, i limiti sono rimasti solo per i pensionamenti consentendo un aumento del personale a parità di spesa.

La maggior parte della riduzione, in ogni caso, è stata osservata tra 2008 e 2012, quindi, nei fatti, il turnover è stato sostanzialmente ammorbidito da almeno 8 anni.

Ovviamente, il blocco del turnover ha contribuito a un aumento di circa 4 anni dell’età media dei dipendenti pubblici (ha contribuito anche l’innalzamento dell’età di pensionamento), età media che si è ridotta solo nel 2019 per effetto dei pensionamenti di “Quota 100”, a conferma che quel provvedimento è stato sfruttato soprattutto dai pubblici impiegati.

Nel 2019 il blocco del turnover è stato eliminato ed è stato stabilito un diverso suo funzionamento per gli enti locali. Questi possono assumere sulla base del rapporto tra spesa per dipendenti ed entrate correnti.

Non ci sono dubbi che lo sblocco del turnover è una occasione per aumentare il personale, in particolare in quei settori in cui ci sono state maggiori riduzioni.

Serve un’analisi attenta, sia per non cancellare i sacrifici che sono stati fatti in passato sul lato spesa pubblica, sia per colmare i vuoti dove sono effettivamente, sapendo che se sono sbagliati i tagli di spesa lineari sono sbagliati anche gli aumenti di spesa lineari.

 

 

Ridurre il disagio abitativo dei nuclei familiari svantaggiati

Ho presentato una proposta di legge sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica a favore delle persone e delle famiglie meno abbienti.

Tra le conseguenze della crisi sanitaria e delle restrizioni al sistema economico-produttivo italiano, certamente va annoverata l’acuirsi delle diseguaglianze sociali e l’aumento di cittadini in condizioni di difficoltà.

La crisi rischia di riflettersi pesantemente anche sulla condizione abitativa delle fasce deboli, aggravando un’emergenza già molto preoccupante in numerose città italiane prima della pandemia.

È verosimile ritenere che potranno essere numerose le famiglie a rischio di sfratto per morosità, avendo perso le risorse per sostenere i canoni di affitto e altrettanto numerose quelle che rischiano di perdere la casa di proprietà perché impossibilitate ad onorare il mutuo.

La casa è un elemento fondamentale nella vita di ciascuna persona perché concerne bisogni di tipo personale, sociale, economico e simbolico che sono fondamentali per il benessere individuale.

In diverse occasioni, i sociologi hanno chiarito bene il valore identitario della casa financo a definirlo un elemento costitutivo dello spazio sociale degli individui. Nondimeno, appare rilevante il fatto che nei Paesi con scarsa offerta di alloggi in affitto, la maggior parte dei giovani tra i 18 e i 34 anni continua a vivere con i propri.

Nei fatti, nella società moderna, la casa gioca un ruolo fondamentale nella strutturazione delle disuguaglianze sociali.

Le problematiche relative sono note e rilevanti. Eppure, a fronte della gravità del problema, con risvolti in termini di diritti di giustizia sociale, le politiche dell’abitare hanno avuto un’attenzione marginale nel campo delle politiche sociali, tanto che l’edilizia residenziale pubblica non occupa posizioni di rilievo pur essendone noto l’impatto sulla diseguaglianza e sulla povertà.

Sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica, l’Italia sconta un ritardo decennale tanto da essere da troppo tempo il paese europeo che spende meno nel settore. L’offerta abitativa pubblica in Italia, dagli anni ’80 si è ridotta del 90 per cento.

Occorre, quindi, una chiara inversione di tendenza con interventi definiti attraverso una programmazione effettiva degli investimenti per l’edilizia residenziale pubblica da considerare una componente essenziale per un nuovo welfare in grado di diminuire precarietà e povertà.

Peraltro, la costante riduzione del flusso di nuovi alloggi popolari nel corso degli anni ha prodotto un significativo innalzamento dell’età media dei soggetti che risiedono negli alloggi e, conseguentemente, è cresciuta la quota di famiglie in case popolari con persona di riferimento pensionata.

Nel nostro Paese, nel tempo, tre sono state le azioni per favorire il mercato degli affitti: il fondo per l’affitto, la tassazione con ritenuta secca, al di fuori della progressività dell’Irpef, a partire dai contratti convenzionati e l’edilizia residenziale pubblica.

Malgrado questi interventi, l’efficacia nel contrastare il disagio abitativo delle famiglie non è pienamente soddisfacente. La ragione principale consiste proprio nel volume delle risorse impegnate e, probabilmente, anche la risposta asimmetrica che le Regioni hanno dato al problema sui propri territori.

La necessità di dotare ampie fasce di popolazione di edilizia sociale deve anche confrontarsi con i temi della rigenerazione urbana, del riuso e riqualificazione dell’ingente patrimonio immobiliare pubblico e privato dismesso, di una produzione edilizia ispirata alla sostenibilità ambientale e sociale ed all’efficienza energetica, della rivitalizzazione delle aree interne del Paese e dei borghi disabitati.

Sebbene il tema dell’Edilizia Residenziale Pubblica sia stato conferito esclusivamente alle Regioni, come stabilito dalla Legge Costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001- modifica il titolo V della Costituzione, restano intatte le esigenze concernenti i livelli essenziali delle prestazioni nonché l’esigibilità delle prestazioni di welfare da parte del cittadino omogeneamente in tutto il territorio nazionale.

Infatti, le diversissime leggi e i regolamenti regionali che sono stati adottati nel tempo hanno condizionato le finalità sociali del comparto, diversificando fortemente il settore a livello nazionale; con caratteristiche contraddittorie a seconda del luogo.

Per questa ragione ho presentato una proposta di legge che propone, al fine di superare in maniera organica e strutturale il disagio sociale e il degrado urbano derivante dai fenomeni di alta tensione abitativa, un piano nazionale di edilizia residenziale pubblica e insiste su alcuni fattori importanti con interventi mirati sul sostegno all’affitto a canone concordato, sull’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari, e sullo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale e sul riscatto a termine dell’alloggio sociale, stabilendo anche agevolazioni fiscali per il conduttore di alloggi sociali.

Si tratta di azioni a favore di famiglie con redditi modesti. Ciò anche in ragione del fatto che rispetto a qualche decennio fa buona parte dei nuclei a reddito medio-alto ha avuto la possibilità di acquistare la casa.

Una politica che abbia come obiettivo la categoria degli affittuari ha, quindi, una buona capacità di raggiungere nuclei in difficoltà economica.

 

La novità dell’assegno unico universale

L’assegno unico universale, che sostituirà i vari benefici economici (bonus e detrazioni varie) già esistenti dedicati al sostegno delle famiglie con figli under 21, potrà avere un valore fino a 250 euro e sarà erogato dal 1° luglio 2021.

Chi ne ha diritto

L’assegno è a favore di tutte le famiglie con figli a carico, partendo dal settimo mese di gravidanza fino al 21esimo anno di età. Non è riservato a specifiche categorie o fasce di reddito, ma viene progressivamente attribuito a tutti i nuclei familiari con figli a carico ed è riconosciuto a entrambi i genitori (se sono separati o divorziati l’assegno andrà a chi detiene l’affidamento dei figli). Deve essere ripartito in egual misura tra questi e ha lo scopo di favorire la natalità e promuovere anche l’occupazione, specialmente quella femminile.

Per i figli successivi al secondo, l’importo dell’assegno è maggiorato del 20 per cento.

La somma cambia in presenza di figli con disabilità e verrà maggiorata secondo una quota di circa il 30% o il 50%, a seconda della disabilità presente. In questo caso l’assegno viene riconosciuto anche oltre i 21 anni.

Limiti per l’erogazione

Al compimento del 18esimo compleanno l’importo viene ridotto, ma sarà comunque erogato fino ai 21 anni con possibilità di corresponsione dell’importo direttamente al figlio, su sua richiesta, al fine di favorirne l’autonomia. L’assegno è concesso solo nel caso in cui il figlio maggiorenne frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale, un corso di laurea, svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata con reddito complessivo inferiore a un determinato importo annuale, sia registrato come disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro o svolga il servizio civile universale.

Per quanto riguarda i figli a carico con più di 21 anni il Governo si è impegnato per una norma transitoria in attesa dell’approvazione di un provvedimento che comprenderà gli assegni anche in questi casi.

Come viene erogato l’assegno unico universale

Il beneficio è riconosciuto a tutti, indipendentemente dal reddito familiare, ma l’importo cambia non solo dopo il compimento del 18esimo compleanno del figlio a carico, ma anche a seconda del’Isee o delle sue componenti.

L’assegno unico può  avere la forma di credito di imposta o di erogazione mensile. Questo non è incompatibile con altri benefici come il reddito di cittadinanza.

Cashback, gioie e dolori

Nel dicembre del 2019 abbiamo deciso il programma “Cashback” , ovvero il rimborso in denaro in favore delle persone che, fuori dall’esercizio di attività d’impresa, arte o professione, effettuano acquisti mediante l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici presso soggetti che svolgono attività di vendita di beni e di prestazione di servizi.

Tra gli obiettivi c’erano anche la lotta all’evasione fiscale e dare risposta alle raccomandazioni della Commissione Europea di promuovere nel nostro Paese la digitalizzazione e la modernizzazione delle modalità di pagamento nonché un più diffuso utilizzo degli strumenti di pagamento elettronici da parte dei cittadini.

La BCE, lo scorso settembre 2020, ha certificato che nel 2019 l’Italia ha registrato circa 77 transazioni pro-capite con carte di pagamento classificandosi al 24° posto sui 27 Stati membri dell’UE, subendo il sorpasso da parte della Grecia (77,2 transazioni pro capite). Nelle prime tre posizioni figurano Danimarca, Svezia e Finlandia con, in media, 370 transazioni pro capite annue, pari a circa 5 volte il numero registrato in Italia.

I numeri disponibili evidenziano il forte gradimento dell’operazione da parte dei cittadini, con benefici anche sul fronte del sistema pubblico delle identità digitali. Infatti, allo stato attuale l’APP IO è stata scaricata da oltre 10,8 milioni di persone, di cui 8,2 milioni sono aderenti al programma. Circa il 58 per cento degli accessi sono eseguiti tramite SPID e il 42 per cento tramite CIE. Gli strumenti di pagamento attivati appositamente sono oltre 14,9 milioni, molti dei quali utili anche per pagare tributi e servizi pubblici. Le transazioni effettuate hanno superato i 315 milioni e il totale degli utenti che ha registrato almeno una transazione valida sono circa 7,2 milioni.

Relativamente al funzionamento del programma, molte transazioni effettuate in “modalità contactless” tramite carte a doppio circuito, sia durante il periodo sperimentale sia in quello ordinario, sarebbero state escluse per varie ragioni, gran parte delle quali riconducibile alla mancata registrazione sull’APP IO dei due circuiti.

In pratica, numerosi esercenti sarebbero esclusi dal programma perché alcuni circuiti non sarebbero ancora convenzionati con PagoPA. Inoltre, alcuni servizi utilizzati dai partecipanti come “Samsung, Google e Apple Pay” non avrebbero ancora attivato la convenzione con PagoPA. Infine, alcune transazioni non sarebbero state registrate perché “le carte e app registrate al programma” sarebbero “abilitate dal giorno dopo”;

Per quanto riguarda i comportamenti dei partecipanti, fin dall’avvio del periodo sperimentale si sarebbe verificata la tendenza a frazionare artificiosamente i pagamenti al fine di raggiungere la quota minima di transazioni per ottenere i rimborsi ordinari e aumentare la probabilità di ricevere il rimborso speciale. In tali casi, essendo le commissioni sulle transazioni a carico degli esercenti, questi ultimi incorrerebbero in spese aggiuntive non previste.

Per migliorare il servizio, appare necessario adottare i dovuti correttivi, a partire dal superamento delle problematiche di funzionamento finora registrate ed oggetto di monitoraggio da parte del Ministero dell’economia e delle finanze e di PagoPA Spa, che hanno recato disagi a utenti ed esercizi commerciali.