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Alleanza PD M5S, perché ho un dubbio.

Tiene banco la riflessione sulla possibile alleanza tra il Partito Democratico ed il MoVimento 5 Stelle, in continuità con quanto è già avvenuto a sostegno del Governo Conte II.

La cosa non mi convince. Per tre ragioni.

La prima è ovvia: quello schema non ha retto e, infatti, riguarda il passato. Sebbene la responsabilità politica sia di Renzi, è palese che quell’alleanza non aveva la forza numerica che occorreva e, molto verosimilmente, non l’avrà neanche in futuro.

La seconda è legata alla legge elettorale proposta, peraltro, anche dal PD: il sistema proporzionale. Ragionerò in altra occasione sui perché di questa proposta, in questa news mi limito a dire che se la prospettiva è il proporzionale, è inutile perorare alleanze perché quel sistema favorisce le identità dei partiti che solo dopo aver raccolto il consenso alle elezioni possono stipulare alleanze.

Palesare, prima del voto, una possibile alleanza, renderebbe sovrapponibile una parte dei rispettivi elettorati che, a quel punto, potrebbero scegliere indifferentemente la propria preferenza nell’urna. Al contrario, è conseguente a quel sistema elettorale la necessità di ricevere un voto in più di tutti i possibili alleati, perché questo sarebbe l’unico modo per avere, in caso di prevalenza proprio di quella coalizione, la possibilità dell’incarico per il Presidente del Consiglio.

C’è una terza ragione, più filosofica, ma altrettanto rilevante.

Posto che la natura 5S è completamente diversa dalla nostra su moltissimi temi, va specificato che il consenso populista e di protesta ottenuto nel 2018 non è trasferibile ad altri. Lo chiariscono bene tutte le analisi elettorali.

In quell’occasione il M5S ha raccolto l’antipolitica concentrata soprattutto nel meridione dove è sempre stato diffuso l’elettorato di protesta. Poiché possiamo tranquillamente affermare che quella spinta in parlamento si è esaurita, e il rapido ridimensionamento e lo sfarinamento degli eletti lo confermano, i loro voti raccolti dagli astenuti, dalla sinistra e dalla destra non sono automaticamente trasferibili, ovvero potranno “rientrare” solo convincendo l’ex elettorato che si è rivolto a loro per protesta, con politiche identitarie che valorizzino i valori della sinistra.

Quindi, un patto stabile rischia di compromettere questa possibilità perché offuscherebbe il nostro carattere riformista che, come già accaduto al governo, ci costringerebbe a fare un passo indietro su alcuni temi sui quali il populismo 5S ha fondato la sua forza, a partire dal giustizialismo per arrivare all’antipolitica che di sicuro continueranno ad esprimere.

La storia della politica nei Paesi a democrazia parlamentare insegna, invece, che il populismo può essere sconfitto solo con le proposte e il coraggio di esse e ciò favorirebbe anche le alleanze omogenee.

Queste tre ragioni mi confermano che ognuno deve fare il suo gioco e che un’alleanza costante non ci favorirebbe in prospettiva.

La nuova compagni aerea “Alitalia”

La compagnia aerea nazionale Alitalia, che versa in una situazione di costante difficoltà, è attualmente in amministrazione straordinaria. E’ tuttora operativa, ma agisce a ranghi ridotti e con tagli pesantissimi a personale e mezzi.

Il Governo Conte II aveva deciso di costituire una nuova società, ITA Spa con un capitale sociale di tre miliardi di euro, sostanzialmente per sostituirla attraverso la partecipazione di questa alla gara che Alitalia dovrà bandire per vendere i propri asset ed il personale necessario per gestirli.

ITA Spa ha presentato il piano industriale. I dati salienti

  1. La nuova azienda “pubblica” sarà composta da circa 5mila dipendenti e 52 aeroplani (tutti in affitto). Alitalia impiegava 104 aerei e 11.500 persone, per la maggior parte ora in cassa integrazione.
  2. La nuova compagnia ha manifestato l’interesse ad acquistare alcuni asset da Alitalia, ora in amministrazione straordinaria, ma su queste transazioni occorre attendere la valutazione dell’Antitrust della Commissione europea. Questa, sebbene l’acquisto dovrebbe avvenire mediante una gara pubblica europea, richiede che le due società siano indipendenti e non ci sia continuità aziendale ed economica tra loro.
  3. Sono stati individuati l’hub di Fiumicino e l’aeroporto di Linate come sedi di riferimento operativo e gestionale. La nuova compagnia sarà una holding che gestirà il settore volo e dalla quale dipenderanno due società controllate, con propri bilanci autonomi, con competenze nei settori della manutenzione e dell’handling, inizialmente controllate interamente da ITA SpA.
  4. Sono previsti un totale di 2,9 miliardi di euro di investimenti.Di essi, 2,6 miliardi sono relativi alla flotta e 300 milioni alla digitalizzazione ed altro. Il pareggio a livello di margine operativo prima dei costi relativi alla flotta si prevede nel 2022. Una redditività del 7% (Ebit) è ipotizzata nel 2025, a fronte di un fatturato pari a 3,4 miliardi di euro.
  5. Inizialmente la nuova compagnia avrà pochi collegamenti intercontinentali: solo nove aeroplani saranno per le tratte a lungo raggio (Stati Uniti e Sud America). Per i collegamenti europei saranno cancellate le tratte non profittevoli e saranno privilegiati i collegamenti con le grandi città (Parigi, Amsterdam, Madrid, Barcellona e Tel Aviv).
  6. Gli obiettivi – entro il 2025 – sono quelli di impiegare 9.500 dipendenti; 110 aeromobili; quadruplicare i ricavi rispetto a quelli stimati per il 2021; nel giro di due anni, avviare partnership industriali con altre compagnie aeree.

In merito, la Commissione di cui faccio parte in Senato dovrà esprimere il parere e sono state svolte numerose audizioni.

Per il parere ho proposto le seguenti integrazioni:

  1. Innanzitutto, occorre valutare ogni scenario in un contesto ancora incerto, in cui resta oggettivamente difficile prevedere con precisione l’evoluzione della domanda e il conseguente ritorno degli investimenti. In particolare, si osserva che le previsioni del piano per il biennio 2022/ 2023 (aumento della flotta – +85% – e dei lavoratori – +58%), siano particolarmente impegnative a fronte dello scenario pandemico conosciuto e difficilmente risolvibile entro l’annualità in corso (vds situazione mondiale dei vaccini e riflessioni conseguenti della comunità scientifica). A questo proposito, quindi, appare necessario predisporre una previsione, anche di massima, intermedia o comunque alternativa a quella prospettata, ancorata con gradualità e prudenza a contesti di eventuale perdurante diffusione della pandemia e/o soluzione dilatata nel tempo.
  2. Con riguardo allo sviluppo di una rete di alleanze, al fine di aumentarne le prospettive di crescita, redditività e occupazione nonché di ottimizzarne gli investimenti in flotta e sistemi, appare necessaria un’azione che abbia come obiettivi l’autonomia ed il mantenimento dell’asset nazionale, la crescita dell’efficacia e dell’efficienza della nuova compagnia, la prospettiva di allargamento dei mercati di riferimento, l’individuazione dei collegamenti altamente remunerativi,  l’implementazione di nuove rotte a servizio di collegamenti nell’area ampia del Mediterraneo, storicamente di influenza per il nostro paese ed il possibile sviluppo del settore cargo. Inoltre, si ritiene utile valutare la prospettiva di possibili alleanze differenziate mirate ad ampliare il raggio di azione di ITA SpA verso obiettivi ulteriori rispetto a quelli indicati nel piano industriale ed in particolare verso Paesi dell’est del mondo.
  1. Considerato che gli investimenti saranno focalizzati su rotte profittevoli, normalmente caratterizzate da una forte competitività, appaiono necessari l’individuazione di vettori qualitativamente adeguati, la fornitura di servizi innovativi, un adeguato marketing, un elevato standard di sicurezza e investimenti per il miglioramento dei processi operazionali, a partire dal potenziamento e dalla semplificazione del servizio di prenotazione (digitalizzazione procedure, app, fatturazione elettronica, ecc..).
  2. Al fine di favorire e sviluppare le prospettive di crescita e di maggiori ricavi nelle fasi successive all’avvio, a consolidamento strutturale delle azioni previste dal piano industriale nel periodo temporale previsto, appare utile prospettare iniziative in grado di accrescere l’autonomia e di allargare la sfera di influenza della nuova compagnia verso ulteriori approdi.
  3. Con riguardo alla delicatezza del tema “personale” da impiegare/esuberi futuri, appare necessario istituire un tavolo di confronto permanente con le Organizzazioni sindacali al fine di favorire il confronto e le soluzioni compatibili con gli scenari individuati dal piano industriale.

La compagnia ITA SpA si pone l’obiettivo di diventare la prima scelta sulle destinazioni internazionali da e per Fiumicino e di essere la compagnia di riferimento per il traffico business e leisure da e per Milano Linate. Di conseguenza, per favorire gli scali interessati e, quindi, il conseguente sviluppo e crescita di ITA SpA, occorrono azioni “altre” per incrementare la qualità dei siti aeroportuali interessati.

A tal proposito, considerato che lo sviluppo della compagnia è fortemente legato anche alla presenza delle infrastrutture per l’agevole frequentazione degli scali aerei individuati come hub, appare necessario che il Governo favorisca l’intermodalità ed in particolare i collegamenti dell’alta velocità ferroviaria con gli aeroporti internazionali.

Zaia, creduloneria o stupidità?

La scelta di Zaia di comprare vaccini anti covid in giro per il mondo, oltre ad essere più che sbagliata, si è rivelata il più ridicolo dei bluff.

Dunque, pochi giorni fa Zaia annuncia che: “il Veneto sarà in grado di vaccinare tutta la popolazione prima dell’avvio dell’estate, ma con la quantità di dosi che arrivano dallo Stato in queste settimane servirebbero due anni per immunizzare tutti. Da qui la volontà della Regione di cercare fornitori in modo autonomo, tanto che  due intermediari sarebbero già stati individuati, ma per la trattativa e l’acquisto è necessario il via libera del commissario del Governo (Arcuri).”

Inoltre, il 12 febbraio scorso annuncia d’aver chiesto all’Agenzia Italiana per il Farmaco l’autorizzazione.

Basandosi su un’ovvietà, quella che se ci fossero più vaccini si salverebbero più persone, ha compiuto una mossa che è assurda e si sta rivelando anche una grande bufala.

Per capire meglio il soggetto, è bene ricordare i suoi roboanti annunci concernenti la mascherina “made in Veneto” di cartapesta, poi sparita dal mercato e il tampone “fai da te” sotto la lingua. Due scemenze che hanno alimentato solo le sceneggiature dei comici.

Vaccinare prima i più ricchi

In ogni caso, il primo dato che rileva è che se la Moratti, assessore lombardo alla sanità, stupidamente ha chiesto al Governo di vaccinare prima i più ricchi lombardi e poi gli altri italiani, Zaia è stato più furbo: ha chiesto allo Stato di consentire l’acquisto dei vaccini alla ricca Regione Veneto.

E’ lo stesso principio di vaccinare (“salvare”) le persone in base al censo, ovvero residenti nelle Regioni più facoltose, ma declinato con maggiore furbizia.

Rompere l’unità dell’Unione Europea

Il secondo dato importante: l’Unione Europea sta agendo a nome di tutti i Paesi dell’Unione per acquistare i vaccini che vengono poi ripartiti in proporzione alla popolazione residente. In tutta Europa, nessun Presidente di Regione o di Lander ha mai pensato di agire sul mercato autonomamente, tranne il più figo di tutti: Zaia. Egli agisce fuori dai patti che l’Italia ha stabilito con tutti i Paesi europei.

Primo della classe o più asino?

Il vaccino è geopolitica

Terzo elemento. Come è noto la produzione di vaccini è anche geopolitica (ne parlo qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-vaccino-e-anche-geopolitica/) e le case farmaceutiche (o alcuni paesi) possono gestire la distribuzione anche per “conquistare” relazioni internazionali.

Se, anziché gli Stati o l’insieme di Stati (UE), chiunque cercasse vaccini da comprare, il prezzo salirebbe e gli Stati più poveri andrebbero in sofferenza rischiando di non riuscire a comprare i vaccini e subire l’influenza di Cina e Russia pronti ad offrire i loro prodotti in funzione di “conquista” futura.

Fin qui, le valutazioni politiche.

Il fattaccio

La cosa, però, ha assunto anche una connotazione nebulosa. Infatti, in merito stanno indagando i NAS dopo la denuncia fatta dalla Regione Umbria che ha ricevuto la medesima offerta da parte di sconosciuti intermediari.

Qui è cascato l’asino.

Messo alle strette, Zaia si è rifugiato in una serie di “non so”, “ha fatto tutto il Dott. Flor”, “non saprei”, “io non ho mai letto documenti in merito”, “io non ho mai incontrato nessuno”.

Addirittura ha chiesto ai giornalisti di attendere l’arrivo in conferenza stampa del Dott. Flor (Direttore Generale della Sanità del Veneto), mentre sapeva che era stato contemporaneamente convocato dai NAS per chiarire la torbida vicenda e, come tutti normalmente potevano immaginare, la permanenza in caserma a Treviso non sarebbe stata breve (è durata quattro ore e la conferenza, peraltro, era a Mestre). Lo ha fatto per “bloccare” le domande scomode dei giornalisti?

Insomma, mi è parso chiaro che abbia cercato di allontanare da se stesso ogni ombra (stesso comportamento sul MoSE: per anni ha sempre saputo e partecipato su tutto, ma dopo l’alluvione a Venezia ha cominciato a dire che non sapeva nulla). Questo fatto mi fa ulteriormente dubitare sui contorni della vicenda. Infatti, nei giorni precedenti si è sperticato ad annunciare l’acquisto come una cosa fatta e il 12 febbraio ha chiesto l’autorizzazione a comprarli. Oggi dice che lo stesso giorno ha comunicato ai NAS che aveva chiesto di acquistare 27 milioni di vaccini (peraltro, con quali soldi?).

In pratica, prima ha fatto tutto, arrivando fino alla decisione di acquistarli, poi ha chiesto di verificare la cosa, ma dopo che è stato allertato dalla Regione Umbria.

Creduloneria o stupidità?

Zaia ha agito in un mercato parallelo (e forse illegale ?) e dovrà rendere conto di un’azione che ha rischiato di rompere l’unità dello Stato rispetto all’Unione Europea e, se dovessero emergere fatti ancora più rilevanti, anche di alimentare un mercato speculativo su un bene salvavita.

Autorizzare gli assembramenti è pura follia!

Zaia fa installare un tendone in centro per fare il tampone a coloro che intendono frequentare i locali pubblici del centro città durante il weekend.

Una specie di ”tamponspritz.

Questa cosa, accolta come al solito supinamente dal Comune di Verona, è pura follia!
È esattamente il contrario di quello che va fatto ed in questo modo si favorisce la diffusione dei contagi.
È uno schiaffo ai mirabili sforzi che tanti, a partire dai sanitari, stanno facendo per evitare il propagarsi del virus.
La proposta è sbagliata, culturalmente e dal punto di vista sanitario.
Una cosa simile crea la diffusa convinzione che l’assembramento sia possibile se i partecipanti siano tamponati.
È come dire che può uscire di casa per andare al bar o al supermercato solo chi ha fatto il tampone! Una scemenza, perché le regole della mascherina e della distanza restano insuperabili.
Non solo per legge, ma perché é l’unico antidoto per ostacolare il virus.
Altre ipotesi, come questa, è roba da azzeccagarbugli.
Inoltre, poiché il tampone rapido, purtroppo, ha una percentuale fisiologica di falsi negativi, si rischia di consentire ufficialmente ad un inconsapevole contagiato di partecipare all’assembramento.
Queste due certezze demoliscono tutte le buone pratiche che la comunità scientifica suggerisce ed i grandi sacrifici che stiamo compiendo.
Perché buttare via i soldi pubblici per un’idiozia simile?
Possibile che Zaia non sappia fare altro che rischiare di favorire la diffusione dei contagi? Mentre in giro si torna al lokdown, qui si invita a far festa.
Peraltro, non essendoci nessun obbligo per i frequentatori dei locali a fare il tampone, è certo che molti non lo faranno e parteciperanno comunque all’assembramento.
Il rischio è evidente, anche per chi il tampone lo fa.
Il buon senso direbbe di fare ben altro.
Auspico l’intervento del Comitato Tecnico Scientifico, affinché sia posta la parola fine a queste stavaganze.
La diffusione dei contagi non riguarda solo i frequentatori della movida, ma tutti noi, visto che chiunque frequenta chiunque e ovunque.
Non si preoccupino gli esercenti: meglio sopportare qualche sensata restrizione che tornare in fascia arancione o addirittura rossa. A quel punto il danno sarebbe molto maggiore.
Non vorremmo che a Verona tornassimo come qualche settimana fa.
Le bare ammassate negli ospedali veronesi a gennaio non le dimentico.

E’ arrivato Mario Draghi

Ho già detto (https://www.vincenzodarienzo.it/il-lucido-disegno-di-renzi-e-le-contromosse/) che quanto è accaduto era parte di un lucido disegno di Renzi, perché “dimissionare” Conte era l’unico modo per lui di avere una prospettiva politica.

Per questa ragione ho sempre considerato molto difficile – a differenza di quanto chiedeva il PD – un governo Conte ter.

Il percorso di Renzi portava naturalmente ad governo istituzionale.

Avevo anche detto (https://www.vincenzodarienzo.it/consultazioni-e-adesso-2/) perché a noi conveniva un governo politico e come favorirlo.

In pratica, alle consultazioni con il Presidente Fico, avremmo dovuto proporre un premier diverso da Conte e costringere Renzi da solo, di fronte alla rilevante responsabilità di dire di no.

L’aver avuto ragione non mi rende felice, perché ciò è avvenuto anche a causa degli errori commessi dal mio partito.

Intendiamoci, in questa valutazione non va pesata la soluzione Draghi, sulla quale dirò dopo, ma cosa avrebbe dovuto fare Zingaretti per proseguire l’alleanza del Conte II.

Innanzitutto, già dopo l’estate scorsa avrebbe dovuto chiedere il rinnovo del governo con il patto di legislatura. L’occasione erano gli appuntamenti previsti: la legge di Bilancio, il recovery fund, la nuova legge elettorale. Serviva un governo su basi nuove e più solide.

Poi, durante la crisi, anziché mettersi al tavolo con Renzi, ha acconsentito alla spasmodica ricerca di Senatori per sostituire i componenti di Italia viva. Una strategia miope che ha accelerato le dimissioni di Conte.

Infine, aver seguito il percorso dettato da Renzi con consultazioni il cui finale era già scritto. Zingaretti non ha avuto la capacità di cambiare nome e, così, costruire un nuovo governo con la medesima maggioranza.

Il futuro, quindi, ci consegna Mario Draghi, un’eccellenza della Repubblica alla quale non si può dire di no. Su questo sono chiaro e convinto.

Il suo governo ci comporterà un prezzo, e non mi riferisco solo alla possibile maggioranza molto ampia con dentro anche partiti molto distanti da noi.

Infatti, oltre a non poter avere lo stesso peso che avevamo (anche nell’elezione del prossimo Capo dello Stato), a non poter perseguire totalmente i nostri progetti valoriali, incidere significativamente come abbiamo fatto finora, perorare scelte sociali come la nostra cultura politica ci impone, è nelle cose che dovremmo sostenere decisioni di un certo peso che probabilmente non avremmo operato.

Rifletteremo ancora su questi punti – che non metteranno in discussione il nostro sostegno, ovviamente – ma se alle difficoltà che avremo si aggiungerà che non riusciremo neanche a favorire una nuova legge elettorale proporzionale, allora il prezzo sarà molto salato.

La campagna vaccinale

Purtroppo, mentre l’Italia era al primo posto in Europa per le vaccinazioni, con un piano che procedeva speditamente, abbiamo subito un rallentamento a causa delle continue revisioni al ribasso delle forniture nonostante i contratti scritti.

Sul fronte dell’epidemia, fino a qualche giorno fa si è rilevata una stabilizzazione dei nuovi contagi e una diminuzione de ricoveri con sintomi.

I dati positivi di questi giorni sono il risultato delle scelte dolorose fatte per il periodo natalizio. Merito del Governo Conte averle prese, ma adesso, esauriti gli effetti del decreto Natale la discesa dei nuovi casi si sta fermando ed in alcune regioni cominciano a risalire.

Inoltre, incombe la minaccia delle nuove varianti, già presenti in Italia, che rischiano di far impennare la curva dei contagi.

Nel frattempo, in un’Italia quasi tutta “gialla” potrebbero non bastare i soli inviti paternalistici al buon senso dei cittadini che, ormai abbiamo capito, si adeguano a quanto permesso.

Per le vaccinazioni, la situazione è questa: il piano prevede nel primo trimestre del 2021 l’arrivo di 7,56 milioni di dosi Pfizer-BioNTech, 1,32 milioni di dosi Moderna e 5,3 milioni di dosi AstraZeneca, milioni di dosi disponibili che permetterebbero di vaccinare entro marzo circa il 12% della popolazione.

Il problema è che la fornitura non è regolare, come invece era previsto. Infatti, i ritardi delle forniture si concentreranno per la maggior parte nel mese di marzo. Questo rallenta le vaccinazioni e ci obbliga ad un imponente potenziamento della macchina organizzativa per vaccinare tanti in poco tempo. Se così non sarà, è impossibile somministrare tutte le dosi prima di fine aprile.

Peraltro, nelle ultime due settimane, a causa di ritardi nelle consegne, sono state somministrate quasi esclusivamente seconde dosi.

Questa settimana hanno completato il ciclo vaccinale, ricevendo cioè anche la seconda dose, oltre 800 mila persone, cioè l’1,40% della popolazione. Ci sono però marcate differenze tra le Regioni.

Le dosi finora utilizzate, per il 71% del totale dei vaccini effettuati sono state somministrate agli operatori sanitari e sociosanitari, il 19% a personale non sanitario, il 9% a personale e ospiti delle Rsa e l’1% agli over 80.

Il male dei lavoratori

Quanto sta accadendo all’Istituto pubblico di assistenza e beneficenza di Verona, ovvero al meglio conosciuto come Istituto assistenza anziani, un ente pubblico che si occupa di anziani non autosufficienti, che è una delle più grandi Residenze sanitarie assistite del Veneto (600 posti letto) è il più chiaro esempio di come si calpestano i diritti dei lavoratori.

Soprattutto in questo delicato momento.

Nonostante sia gestito da un consiglio di amministrazione i cui componenti sono nominati su indicazione del sindaco (tre membri ) e del Presidente della Provincia (un membro), quindi, dai rappresentanti politici del territorio, l’Istituto ha avviato una vertenza contro i lavoratori – circa 500 più altrettanti già in pensione – ai quali ha chiesto la restituzione di indennità di rischio e aumenti di stipendio percepiti negli ultimi anni sulla base di una regolare contrattazione aziendale degli ultimi dieci anni.

Che la dirigenza dell’Istituto mal sopporti i lavoratori lo si era già capito a giugno 2019 quando aveva denunciato 33 di essi al termine di uno sciopero. In quell’occasione, però, ad essere condannato fu l’Istituto medesimo per condotta antisindacale per aver commesso una serie di errori, compreso quello di stracciare i cartelli affissi dai lavoratori e ordinato di rimuovere degli adesivi.

Un chiaro atteggiamento reazionario.

Questa di chiedere la restituzione di emolumenti elargiti nel tempo è solo la conferma che la dirigenza dell’Istituto non ha a cuore il bene dei propri lavoratori. Inutile descrivere la tensione che la notizia ha già determinato all’interno della Casa di riposo nella quale lo svolgimento delle attività rischia di essere condizionato da un clima poco sereno a scapito delle persone anziane lì ospitate.

Solo la grande professionalità del personale interessato sta evitando ripercussioni negative nell’ambiente. L’umanità sta comunque prevalendo. Esattamente il contrario di quanto quella dirigenza sta portando avanti.

Eppure, le condizioni generali del momento indurrebbero a comportamenti diversi, di unità e solidarietà. Ma Tant’è.

Anziché rimettersi al tavolo del confronto, ogni occasione è buona per trasferire ad un giudice le questioni sindacali. Una scelta scientemente volta contro gli interessi dei lavoratori.

A me pare chiaro che la dirigenza non abbia le caratteristiche tali da poter proseguire nel proprio compito e spero che quanto prima sia sfiduciata ed allontanata dall’Istituto.

Ne va del buon nome dell’Istituto, del clima di serenità che serve, dei diritti del lavoratori e della necessità di unità che il momento storico richiede.

Migrazioni. Ci sarà una nuova ondata?

La pandemia sta incidendo sull’economia mondiale determinando uno stato di grave sofferenza. Ciò può innescare nuove forme di migrazione.

In Europa, le domande di asilo sono passate da un minimo di 9.000 ad aprile 2020 a 42.000 a settembre 2020, con una riduzione dell’87% rispetto a gennaio 2020.

Ovviamente, hanno inciso le misure restrittive della mobilità imposte da tutti i Paesi.

Eppure, nonostante questi dati, le destre hanno cavalcato “l’invasione migratoria”. Pensate, nonostante la riduzione a 116.000 passaggi irregolari di frontiera nell’UE nei primi 11 mesi del 2020, livello minimo dopo il 2009 (104.000), la “pericolosità” dell’arrivo dei migranti è stata al centro dell’attenzione della propaganda delle destre italiane.

Il fatto, però, è che le analisi recenti sulle migrazioni rilevano che le preoccupazioni presenti in tanti paesi, sulla sicurezza personale unite all’insicurezza alimentare, sono un incentivo per gli spostamenti e i movimenti migratori.

Come dicevo, la pandemia ha avuto un impatto dirompente sull’economia globale e sui mezzi di sussistenza di centinaia di milioni di persone, causando un forte aumento delle disuguaglianze, della povertà e spesso aggravando fragilità preesistenti.

Non solo si è registrato un calo del 14% delle ore lavorative, ovvero l’equivalente di 400 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, ma se prendiamo ad esempio il turismo, uno dei fattori trainanti dell’economia di alcuni paesi, si rileva che la perdita potenziale di 1.000 miliardi di dollari di ricavi corrisponde a 100 milioni di posti di lavoro a rischio.

In Tunisia, ad esempio, sino ad ottobre le poche entrate del turismo hanno coinvolto il futuro di 400.000 lavoratori del settore. A questa difficoltà si aggiunge anche che in alcuni Paesi del nord Africa e in Medio Oriente le rimesse degli emigrati si sono ridotte di parecchio.

Con la riduzione dei redditi e delle rimesse dall’estero è facile supporre che senza un sistema di welfare sociale dignitoso su cui ripiegare, alcune famiglie potrebbero considerare la possibilità di cercare opportunità di sostentamento altrove.

Va detto che l’Unione Europea è sempre più intenzionata a rafforzare la cooperazione con i Paesi non-UE per meglio gestire e ridurre i flussi. Il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo va in questa direzione nella speranza che possa influire sul desiderio di migrare.

C’è un però: se verso l’esterno l’UE nel 2021 agirà con determinazione, al proprio interno ancora non è stato chiuso l’accordo politico sulle parti del Patto Europeo su Migrazione e Asilo e, quindi, cosa dovrà essere fatto alle frontiere esterne (l’Italia) in termini di procedure di identificazione e controlli di sicurezza sui nuovi arrivi, di determinazione di chi possa o meno rimanere e di rimpatrio per coloro che non hanno titolo per rimanere.

Approvata la riforma del MES

La riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES), che serve per fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’eurozona, nel caso in cui tale intervento risultasse indispensabile per salvaguardarne la stabilità finanziaria dell’area valutaria complessivamente considerata e dei suoi Stati membri, è stato approvata.

L’assistenza finanziaria del MES può essere offerta sempre previa domanda da parte di uno Stato aderente.

La fornitura di assistenza finanziaria ha, come conseguenza, la definizione di condizioni che lo Stato debitore è chiamato a rispettare, più o meno rigorose in ragione dello strumento di assistenza finanziaria scelto. Tali condizioni possono fare riferimento ad azioni e programmi da attuare per ottenere un miglioramento del bilancio dello Stato, o a parametri per i quali viene fissato un obiettivo quantitativo da rispettare, lasciando allo Stato la definizione degli strumenti da utilizzare a tal fine.

L’obiettivo del MES è, dunque, quello di salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri. A tal fine, il meccanismo può intervenire per fornire un sostegno alla stabilità dei Paesi aderenti che si trovino in gravi difficoltà finanziarie o ne siano minacciati, sulla base di condizioni rigorose, commisurate allo specifico strumento di sostegno utilizzato.

In particolare, il MES può:

  • fornire assistenza finanziaria precauzionale a uno Stato membro sotto forma di linea di credito condizionale precauzionale o sotto forma di linea di credito soggetta a condizioni rafforzate,
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti con l’obiettivo specifico di sottoscrivere titoli rappresentativi del capitale di istituzioni finanziarie dello stesso Paese membro,
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti non connessi a uno specifico obiettivo,
  • acquistare titoli di debito degli Stati membri in sede di emissione e sul mercato secondario.

La novità introdotta da ultimo, è che tra le decisioni assunte vi è anche un nuovo Strumento di sostegno alla crisi pandemica.

Infatti, è stato istituito nell’ambito del Trattato vigente del MES, un fondo volto a finanziare i costi dell’assistenza sanitaria nazionale. L’unico requisito per accedere alla linea di credito consiste nell’impegno da parte degli Stati richiedenti ad utilizzare le risorse per sostenere il finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta e i costi relativi alla cura e alla prevenzione causati dall’emergenza.

A tal fine, gli Stati richiedenti sono tenuti a predisporre un dettagliato Piano di risposta alla pandemia.

L’ammontare complessivo massimo delle risorse a disposizione di ciascuno Stato sarebbe pari al 2% del PIL del rispettivo Stato alla fine del 2019 (si tratterebbe di circa 240 miliardi di euro totali; circa 36 miliardi di euro per l’Italia).

 

L’Europa per il miglioramento del clima

Nel corso del Consiglio d’Europa è stata assunta un’importantissima decisione: è obiettivo UE vincolante la riduzione interna netta delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Un altro passo importante per affrontare i cambiamenti climatici.

Accrescere l’ambizione europea in materia di clima stimolerà una crescita economica sostenibile, creerà posti di lavoro, produrrà benefici per la salute e l’ambiente a vantaggio dei cittadini dell’UE e contribuirà alla competitività mondiale a lungo termine dell’economia dell’UE promuovendo l’innovazione nelle tecnologie verdi.

L’obiettivo sarà raggiunto collettivamente dall’UE nel modo più efficiente possibile in termini di costi. Tutti gli Stati membri parteciperanno a tale sforzo, alla luce di considerazioni di equità e solidarietà, senza lasciare indietro nessuno. Il nuovo obiettivo 2030 deve essere conseguito in maniera tale da preservare la competitività dell’UE e tener conto dei diversi punti di partenza, delle specifiche situazioni nazionali e del potenziale di riduzione delle emissioni degli Stati membri, compresi gli Stati membri insulari e le isole, come pure degli sforzi compiuti.

Il Consiglio europeo ha riconosciuto la necessità di garantire le interconnessioni, la sicurezza energetica per tutti gli Stati membri e l’energia a un prezzo abbordabile per le famiglie e le imprese nonché di rispettare il diritto degli Stati membri di decidere in merito ai rispettivi mix energetici e di scegliere le tecnologie più appropriate per conseguire collettivamente l’obiettivo climatico 2030, comprese le tecnologie di transizione come il gas.

Toccherà, quindi, anche all’Italia, mobilitare finanziamenti pubblici e capitali privati per far fronte alle significative esigenze di investimento derivanti da questa maggiore ambizione.

La risposta economica alla crisi del coronavirus offre l’opportunità di accelerare la trasformazione e la modernizzazione sostenibili delle nostre economie nonché di ottenere un vantaggio competitivo. Occorre sfruttare al meglio il pacchetto Next Generation EU, per il quale almeno il 30% dell’importo totale della spesa va impiegato verso l’obiettivo green.

E’ stata fissata una tabella di marcia della banca per il clima 2021-2025 del Gruppo BEI, la quale contribuirà a onorare l’impegno del Gruppo BEI di sostenere investimenti per un valore di 1 000 miliardi di EUR a favore del clima e dell’ambiente entro il 2030.

La decisione presa è molto rilevante e avrà un forte impatto sulle politiche economiche italiane. Da anni stiamo investendo significativamente nel settore climatico e dobbiamo proseguire per raggiungere l’obiettivo che abbiamo condiviso.