Zaia, creduloneria o stupidità?

La scelta di Zaia di comprare vaccini anti covid in giro per il mondo, oltre ad essere più che sbagliata, si è rivelata il più ridicolo dei bluff.

Dunque, pochi giorni fa Zaia annuncia che: “il Veneto sarà in grado di vaccinare tutta la popolazione prima dell’avvio dell’estate, ma con la quantità di dosi che arrivano dallo Stato in queste settimane servirebbero due anni per immunizzare tutti. Da qui la volontà della Regione di cercare fornitori in modo autonomo, tanto che  due intermediari sarebbero già stati individuati, ma per la trattativa e l’acquisto è necessario il via libera del commissario del Governo (Arcuri).”

Inoltre, il 12 febbraio scorso annuncia d’aver chiesto all’Agenzia Italiana per il Farmaco l’autorizzazione.

Basandosi su un’ovvietà, quella che se ci fossero più vaccini si salverebbero più persone, ha compiuto una mossa che è assurda e si sta rivelando anche una grande bufala.

Per capire meglio il soggetto, è bene ricordare i suoi roboanti annunci concernenti la mascherina “made in Veneto” di cartapesta, poi sparita dal mercato e il tampone “fai da te” sotto la lingua. Due scemenze che hanno alimentato solo le sceneggiature dei comici.

Vaccinare prima i più ricchi

In ogni caso, il primo dato che rileva è che se la Moratti, assessore lombardo alla sanità, stupidamente ha chiesto al Governo di vaccinare prima i più ricchi lombardi e poi gli altri italiani, Zaia è stato più furbo: ha chiesto allo Stato di consentire l’acquisto dei vaccini alla ricca Regione Veneto.

E’ lo stesso principio di vaccinare (“salvare”) le persone in base al censo, ovvero residenti nelle Regioni più facoltose, ma declinato con maggiore furbizia.

Rompere l’unità dell’Unione Europea

Il secondo dato importante: l’Unione Europea sta agendo a nome di tutti i Paesi dell’Unione per acquistare i vaccini che vengono poi ripartiti in proporzione alla popolazione residente. In tutta Europa, nessun Presidente di Regione o di Lander ha mai pensato di agire sul mercato autonomamente, tranne il più figo di tutti: Zaia. Egli agisce fuori dai patti che l’Italia ha stabilito con tutti i Paesi europei.

Primo della classe o più asino?

Il vaccino è geopolitica

Terzo elemento. Come è noto la produzione di vaccini è anche geopolitica (ne parlo qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-vaccino-e-anche-geopolitica/) e le case farmaceutiche (o alcuni paesi) possono gestire la distribuzione anche per “conquistare” relazioni internazionali.

Se, anziché gli Stati o l’insieme di Stati (UE), chiunque cercasse vaccini da comprare, il prezzo salirebbe e gli Stati più poveri andrebbero in sofferenza rischiando di non riuscire a comprare i vaccini e subire l’influenza di Cina e Russia pronti ad offrire i loro prodotti in funzione di “conquista” futura.

Fin qui, le valutazioni politiche.

Il fattaccio

La cosa, però, ha assunto anche una connotazione nebulosa. Infatti, in merito stanno indagando i NAS dopo la denuncia fatta dalla Regione Umbria che ha ricevuto la medesima offerta da parte di sconosciuti intermediari.

Qui è cascato l’asino.

Messo alle strette, Zaia si è rifugiato in una serie di “non so”, “ha fatto tutto il Dott. Flor”, “non saprei”, “io non ho mai letto documenti in merito”, “io non ho mai incontrato nessuno”.

Addirittura ha chiesto ai giornalisti di attendere l’arrivo in conferenza stampa del Dott. Flor (Direttore Generale della Sanità del Veneto), mentre sapeva che era stato contemporaneamente convocato dai NAS per chiarire la torbida vicenda e, come tutti normalmente potevano immaginare, la permanenza in caserma a Treviso non sarebbe stata breve (è durata quattro ore e la conferenza, peraltro, era a Mestre). Lo ha fatto per “bloccare” le domande scomode dei giornalisti?

Insomma, mi è parso chiaro che abbia cercato di allontanare da se stesso ogni ombra (stesso comportamento sul MoSE: per anni ha sempre saputo e partecipato su tutto, ma dopo l’alluvione a Venezia ha cominciato a dire che non sapeva nulla). Questo fatto mi fa ulteriormente dubitare sui contorni della vicenda. Infatti, nei giorni precedenti si è sperticato ad annunciare l’acquisto come una cosa fatta e il 12 febbraio ha chiesto l’autorizzazione a comprarli. Oggi dice che lo stesso giorno ha comunicato ai NAS che aveva chiesto di acquistare 27 milioni di vaccini (peraltro, con quali soldi?).

In pratica, prima ha fatto tutto, arrivando fino alla decisione di acquistarli, poi ha chiesto di verificare la cosa, ma dopo che è stato allertato dalla Regione Umbria.

Creduloneria o stupidità?

Zaia ha agito in un mercato parallelo (e forse illegale ?) e dovrà rendere conto di un’azione che ha rischiato di rompere l’unità dello Stato rispetto all’Unione Europea e, se dovessero emergere fatti ancora più rilevanti, anche di alimentare un mercato speculativo su un bene salvavita.

Autorizzare gli assembramenti è pura follia!

Zaia fa installare un tendone in centro per fare il tampone a coloro che intendono frequentare i locali pubblici del centro città durante il weekend.

Una specie di ”tamponspritz.

Questa cosa, accolta come al solito supinamente dal Comune di Verona, è pura follia!
È esattamente il contrario di quello che va fatto ed in questo modo si favorisce la diffusione dei contagi.
È uno schiaffo ai mirabili sforzi che tanti, a partire dai sanitari, stanno facendo per evitare il propagarsi del virus.
La proposta è sbagliata, culturalmente e dal punto di vista sanitario.
Una cosa simile crea la diffusa convinzione che l’assembramento sia possibile se i partecipanti siano tamponati.
È come dire che può uscire di casa per andare al bar o al supermercato solo chi ha fatto il tampone! Una scemenza, perché le regole della mascherina e della distanza restano insuperabili.
Non solo per legge, ma perché é l’unico antidoto per ostacolare il virus.
Altre ipotesi, come questa, è roba da azzeccagarbugli.
Inoltre, poiché il tampone rapido, purtroppo, ha una percentuale fisiologica di falsi negativi, si rischia di consentire ufficialmente ad un inconsapevole contagiato di partecipare all’assembramento.
Queste due certezze demoliscono tutte le buone pratiche che la comunità scientifica suggerisce ed i grandi sacrifici che stiamo compiendo.
Perché buttare via i soldi pubblici per un’idiozia simile?
Possibile che Zaia non sappia fare altro che rischiare di favorire la diffusione dei contagi? Mentre in giro si torna al lokdown, qui si invita a far festa.
Peraltro, non essendoci nessun obbligo per i frequentatori dei locali a fare il tampone, è certo che molti non lo faranno e parteciperanno comunque all’assembramento.
Il rischio è evidente, anche per chi il tampone lo fa.
Il buon senso direbbe di fare ben altro.
Auspico l’intervento del Comitato Tecnico Scientifico, affinché sia posta la parola fine a queste stavaganze.
La diffusione dei contagi non riguarda solo i frequentatori della movida, ma tutti noi, visto che chiunque frequenta chiunque e ovunque.
Non si preoccupino gli esercenti: meglio sopportare qualche sensata restrizione che tornare in fascia arancione o addirittura rossa. A quel punto il danno sarebbe molto maggiore.
Non vorremmo che a Verona tornassimo come qualche settimana fa.
Le bare ammassate negli ospedali veronesi a gennaio non le dimentico.

A carnevale ogni scherzo vale

La Regione ha proposto l’autostrada Nogara – Mare Adriatico per il Recovery Plan. Una buffonata inqualificabile! L’opera non potrà MAI rientrare in quel Piano!

L’autostrada regionale “Medio Padana Veneta Nogara – Mare Adriatico” è presente nel Piano Regionale dei Trasporti della Regione Veneto dal 2004 e da allora è stata sempre e  puntualmente riproposta.

Il percorso dell’opera copre il tratto compreso tra il casello di Nogarole Rocca sulla A22 e Adria (Ro), per una lunghezza di 107 km.

Si tratta di un’opera rilevante, perché si connette con l’Autostrada A31 Valdastico in Comune di Canda (Ro) e con l’autostrada A13 Padova-Bologna in Comune di Villamarzana (Ro). In prospettiva, il tracciato dell’opera dovrebbe terminare sull’Autostrada Orte-Mestre (quando questa verrà a sua volta realizzata), in corrispondenza di Adria (Ro).

L’iter dell’opera è bloccato in quanto nel 2018 la Regione Veneto ha messo in discussione la sussistenza del preponderante interesse pubblico e la rispondenza della nuova strada alle esigenze di programmazione regionale e sostenibilità economica-finanziaria. Infatti, il concessionario aveva chiesto un contributo alla Regione pari a 1,2-1,8 miliardi di euro.

La decisione regionale di sospendere tutto è stata anche confermata fino al Consiglio di Stato al quale si era rivolto il concessionario che aveva portato avanti il project financing dell’opera.

Il livello progettuale è preliminare e manca l’approvazione del Cipe alla revisione del medesimo.

Ciò nonostante, come il miglior prestigiatore, Zaia ha inserito l’asse autostradale nelle proposte che la Regione ha inviato allo Stato per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per 2 miliardi di euro, ma con priorità 2, ovvero “necessario ma non indispensabile”, quindi, un progetto di serie B.

Una presa in giro mai vista, con connotati da beffa.

Fa specie vedere il giochino: nel 2019 la Regione ne blocca il project financing (e vince contro i ricorsi), poi la conferma nel Piano Regionale Trasporti a luglio 2020 e adesso chiede i soldi del Recovery Fund per pagare il proprio contributo pubblico che la concessionaria aveva chiesto – pari tra 1,2 a 1,8 miliardi di euro – ragione per la quale aveva bocciato tutto e vinto fino al Consiglio di Stato.

Un’evidente presa in giro.

Inoltre, non solo il Recovery fund non finanzia i contributi ai concessionari, ma l’autostrada non potrà MAI rientrare nel Recovery Plan perché l’attuale livello dell’iter procedurale non consente di concluderla entro il 2026, termine temporale affinché un’opera possa rientrare nel Piano ed essere finanziata.

Insomma, una carnevalata di Zaia di cui la bassa veronese non aveva bisogno.

TAV Verona/Pescantina. Chi pensa agli espropriandi?

L’approvazione della Provincia di Verona delle integrazioni al Protocollo 2013 fa emergere una conferma – il Comune di Verona ha mentito sul progetto preliminare – e una verità – tutti si sono dimenticati dei veronesi che subiranno l’esproprio delle proprie unità abitative.

 

Ormai è più che evidente che il Comune di Verona ha rallentato la realizzazione della TAV Verona/Pescantina. Ha tenuto fermo tutto per due anni e ha fatto credere che non avesse il progetto preliminare consegnato nel settembre 2018.

L’atto della Provincia di Verona è l’ulteriore conferma che il progetto preliminare esiste e che deve essere adeguato alla luce delle nuove richieste. La prima conferma era già stata la delibera di giunta 2020/273 del 2 settembre scorso, ovvero l’approvazione dell’atto integrativo del Protocollo stipulato tra Comune e Rete Ferroviaria Italiana nel maggio 2013.

Questo grave ritardo è stato uno dei motivi per i quali l’apertura della linea ferroviaria veloce verso nord è slittata dal 2026 al 2028/2029.

Le bugie hanno le gambe corte!

Ancora più grave il fatto che, nonostante il progetto preliminare del 2018 contenesse anche gli espropri nelle zone di S. Massimo, Chievo e La Sorte, nell’attuale aggiornamento del Protocollo 2013 non se ne parla.

È assurdo che nell’atto integrativo non c’è alcun impegno del Comune verso i residenti che saranno espropriati delle loro abitazioni per consentire la costruzione delle gallerie previste.

Le schede tecniche del progetto preliminare 2018 contengono i terreni e gli immobili che saranno oggetto di espropri. Nonostante questo, non vi è alcun cenno alle compensazioni a favore dei residenti che saranno espropriati.

Eppure, ancora otto anni fa il Comune si era impegnato a trovare un terreno con caratteristiche analoghe alle zone interessate dai lavori ove ricostruire le nuove abitazioni. Cosa impedisce di procedere su questo fronte coinvolgendo i residenti interessati e rispettare i loro legittimi diritti?

Dopo tanti anni persi è più che doveroso  che il Comune di Verona, considerato che conosce nel dettaglio gli immobili interessati dalle demolizioni, organizzi un tavolo per confrontarsi con gli espropriandi e lavorare con loro all’individuazione dei terreni ove ricostruire.

Inoltre, è necessario che il Comune si assuma la responsabilità di avviare subito un tavolo con le ferrovie per regolare con un accordo di programma i rapporti patrimoniali in gioco e volgerli a beneficio della comunità, in modo da non lasciare da soli i veronesi coinvolti dagli espropri.

Il Comune si sta macchiando di una grave responsabilità unita a quella di non voler istituire un osservatorio/infopoint presso il quale i residenti interessati, espropriandi e non, e chiunque altro possano avere tutte le informazioni possibili.

L’alternativa all’immobilismo a Verona

Sulle pagine de L’Arena, il collega Massino Ferro ha invocato un nuovo Rinascimento appellandosi, di fronte alle sfide che la pandemia ci pone, al senso civico e alla disponibilità dei “migliori” all’impegno.

Pur non concordando con la visione negativa sulla società che il Sen. Ferro esprime – sono ottimista perché anche tra mille difficoltà l’Italia sta resistendo e reagendo bene – raccolgo il punto nodale del suo pensiero: l’invito all’impegno.

A Verona.

Qui siamo di fronte ad investimenti e scelte che modificheranno senz’altro il tessuto economico e sociale.

L’imminente arrivo dell’alta velocità ferroviaria est ovest e verso nord, consentirà a Verona, grazie alla strategica posizione geografica, di avere opportunità di centralità commerciale e industriale molto più sviluppate di quelle oggi conosciute.

L’Europa sarà sempre più lo spazio e il tempo di riferimento del nostro territorio e gli investimenti del Recovery fund accresceranno ancor più il sentimento e l’intraprendenza europeista che sono al centro dei progetti di crescita con quei fondi europei.

I riverberi turistici e di marketing territoriale si moltiplicheranno, soprattutto per un territorio che già parte in forte vantaggio, come il nostro.

Ebbene, se questo è lo scenario occorre prendere atto che la Verona politica in questi anni è rimasta imbrigliata in logiche totalmente localistiche, senza la minima visione “fuori dalle mura” che serve per cogliere ciò che sta arrivando.

E’ a tutti evidente, peraltro, che lo schieramento politico che governa la città da 15 anni è fortemente diviso al proprio interno e divisivo nella società.

Con queste premesse, le prossime elezioni comunali rischiano di riperpetuare lo stesso schema anche in futuro.

Non mi permetto di dire che le cose migliori sono nel mio campo politico, sarebbe sciocco da parte mia, ma posso tranquillamente affermare che se le premesse sono quelle conosciute, l’alternativa può essere costruita solo da coloro che non hanno partecipato al governo della città, siano essi la politica o la società civile.

Rispetto alle profonde divisioni registrate, che si confronteranno di nuovo alle prossime comunali e, quindi, di fronte al concreto rischio per il futuro, il “risveglio” del senso civico che il collega invoca favorisce naturalmente l’incontro ed il cammino comune tra quella parte della società e quella politica che condividono le preoccupazioni per l’immobilismo di oggi e quello possibile per il futuro.

Un percorso simile non nega le appartenenze, anzi, partendo dai rilievi su quanto è stato fatto finora, in maniera plurale può mettere in campo un progetto europeista ampio e comprensivo di diverse culture e idee.

Per quanto ci riguarda, penso che una fase simile andrebbe favorita dal Partito Democratico, per la visionaria cultura politica europeista che ci contraddistingue e, pertanto, per la conseguente apertura verso quella società che vuole costruire una realtà diversa e più dinamica rispetto a quanto visto finora.

Il male dei lavoratori

Quanto sta accadendo all’Istituto pubblico di assistenza e beneficenza di Verona, ovvero al meglio conosciuto come Istituto assistenza anziani, un ente pubblico che si occupa di anziani non autosufficienti, che è una delle più grandi Residenze sanitarie assistite del Veneto (600 posti letto) è il più chiaro esempio di come si calpestano i diritti dei lavoratori.

Soprattutto in questo delicato momento.

Nonostante sia gestito da un consiglio di amministrazione i cui componenti sono nominati su indicazione del sindaco (tre membri ) e del Presidente della Provincia (un membro), quindi, dai rappresentanti politici del territorio, l’Istituto ha avviato una vertenza contro i lavoratori – circa 500 più altrettanti già in pensione – ai quali ha chiesto la restituzione di indennità di rischio e aumenti di stipendio percepiti negli ultimi anni sulla base di una regolare contrattazione aziendale degli ultimi dieci anni.

Che la dirigenza dell’Istituto mal sopporti i lavoratori lo si era già capito a giugno 2019 quando aveva denunciato 33 di essi al termine di uno sciopero. In quell’occasione, però, ad essere condannato fu l’Istituto medesimo per condotta antisindacale per aver commesso una serie di errori, compreso quello di stracciare i cartelli affissi dai lavoratori e ordinato di rimuovere degli adesivi.

Un chiaro atteggiamento reazionario.

Questa di chiedere la restituzione di emolumenti elargiti nel tempo è solo la conferma che la dirigenza dell’Istituto non ha a cuore il bene dei propri lavoratori. Inutile descrivere la tensione che la notizia ha già determinato all’interno della Casa di riposo nella quale lo svolgimento delle attività rischia di essere condizionato da un clima poco sereno a scapito delle persone anziane lì ospitate.

Solo la grande professionalità del personale interessato sta evitando ripercussioni negative nell’ambiente. L’umanità sta comunque prevalendo. Esattamente il contrario di quanto quella dirigenza sta portando avanti.

Eppure, le condizioni generali del momento indurrebbero a comportamenti diversi, di unità e solidarietà. Ma Tant’è.

Anziché rimettersi al tavolo del confronto, ogni occasione è buona per trasferire ad un giudice le questioni sindacali. Una scelta scientemente volta contro gli interessi dei lavoratori.

A me pare chiaro che la dirigenza non abbia le caratteristiche tali da poter proseguire nel proprio compito e spero che quanto prima sia sfiduciata ed allontanata dall’Istituto.

Ne va del buon nome dell’Istituto, del clima di serenità che serve, dei diritti del lavoratori e della necessità di unità che il momento storico richiede.

Che tristezza le bugie del Comune.

Ho sempre denunciato il fatto che sulla tratta ferroviaria Verona/Fortezza il ritardo accumulato fosse per responsabilità del Comune di Verona, in particolare per il tempo perso nel dare il proprio parere sul progetto preliminare del lotto 4 funzionale Pescantina-ingresso nel nodo di Verona, funzionale alla revisione del Protocollo stipulato nel 2013.

Questo grave ritardo, tra le altre lentezze, ci ha obbligati a “commissariare” l’intervento per riuscire a rispettare i tempi di realizzazione entro il 2028, ovvero in concomitanza con l’apertura del tunnel del Brennero.

La risposta del Comune è stata che il progetto preliminare non è mai stato conosciuto al Comune e che, invece, sarebbe stato mio compito agire per averlo quanto prima, considerato che i nuovi accordi prevedono 270 giorni per la sua stesura a partire dalla sottoscrizione del nuovo atto che revisiona il Protocollo del 2013.

Queste risposte sono palesemente menzognere e gli atti ufficiali lo confermano.

Li ripeto perché sia chiaro a tutti che le bugie non solo non qualificano chi le dice, ma minano la credibilità delle Istituzioni.

Il Comune di Verona conosce dal 2017 il progetto preliminare della tratta interessata. Risalgono a quell’epoca, infatti, diversi incontri svolti dal Comune con la struttura commissariale di allora e RFI per confrontarsi sia sul progetto medesimo sia sull’aggiornamento del protocollo sottoscritto ancora nel 2013.

Risulta, altresì, che lo schema del nuovo Protocollo sia stato inviato sempre nel 2017 e comprende altri due Comuni, oltre a quello del capoluogo, ovvero S. Pietro In Cariano e Pescantina.

La nuova bozza di accordo rifletteva le integrazioni progettuali, alcune richieste dal Comune di Verona, condivise sul progetto preliminare che è stato oggetto dei vari confronti.

A quel punto, anziché procedere all’approvazione del tutto, risulta che il Comune di Verona abbia bloccato l’iter fino a quando non sarebbe stato sciolto il nodo del parco urbano. Una posizione legittima, ma che ha fermato tutto fino al 2019, anno in cui i contatti sono ripresi e si sono conclusi nel 2020 con l’approvazione del nuovo Protocollo.

Domanda: come poteva essere approvato il nuovo accordo se non si conosceva il progetto preliminare?

La storiella dei 270 giorni. I tempi decorrono dal momento della sottoscrizione del nuovo Protocollo, cosa che non è ancora avvenuta, contrariamente a quanto dice, falsamente, il Comune di Verona.

Per fortuna nostra, nonostante tutto, è comunque in corso l’aggiornamento del progetto preliminare e sarà, quindi, immediatamente disponibile nei tempi condivisi.

Filobus, l’harakiri di Sboarina.

Sboarina ha ritirato la risoluzione del contratto con l’associazione temporanea d’impresa che dovrebbe realizzare il filobus.

Dapprima, inspiegabilmente ha dichiarato la risoluzione dei contratti, poi, sempre inspiegabilmente, ha revocato la risoluzione.

Ad una goffa posa gladiatoria è seguita una goffa ritirata.

Credo che l’abbia fatto perché avrebbe perso tutti i ricorsi che le imprese avevano presentato e che avrebbero costretto il Comune a versare penali milionarie.

Questo dimostra quanto debole e inutile fosse la sua scelta di risolvere i contratti stipulati.

Il problema è che quella mossa ha fatto perdere altri mesi di tempo, con la conseguenza che i cantieri già aperti restassero tali e impedissero la normale fruizione delle strade che li circondano con gravi disagi per i veronesi.

Una capovolta senza alcuna vergogna.

Secondo gli accordi raggiunti con il Governo, il filobus dovrebbe essere in esercizio entro il 31 gennaio 2022, data fissata e accettata dal Comune per la fine dei lavori.

Un “termine ultimo” che faccio fatica a capire come possa essere rispettato con il rischio di perdere il finanziamento statale di 85.651.280,53 euro. Infatti, non è ancora chiaro cosa potrebbe accadere di fronte alla certezza dell’impossibilità di rispettare quel termine, ovvero se seguirà:

  1. la revoca automatica del finanziamento deciso con la delibera 26 giugno 2009, n. 28 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 270 del 2009) e successive varianti del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica;
  2. la revoca del contributo statale solo successivamente all’accertamento dei fatti eventualmente imputabili al Comune di Verona e ad  AMT;
  3. soltanto l’aggiornamento delle scadenze in essere in ragione di cause impreviste o imprevedibili che hanno comportato la risoluzione del contratto in parola.

Resta un ultimo dubbio: perché AMT non ha risposto all’istanza di accesso presentata dall’associazione temporanea d’imprese per chiedere conto dell’effettiva disponibilità del finanziamento dell’opera, in buona parte ottenuto tramite un finanziamento bancario il cui perfezionamento non sarebbe noto?

Scalo merci verso il nuovo parco urbano

L’arrivo in città della linea alta velocità da Milano verso Venezia (e viceversa), oltre a revisionare l’attuale stazione di Verona Porta Nuova, comprende  la realizzazione del parco urbano nell’area attualmente occupata dall’ex scalo merci.

Infatti, nell’ambito di questo importante progetto di sviluppo, nel corso degli ultimi 15 anni, il Comune di Verona ha sempre chiesto, tra gli altri, la realizzazione di un parco urbano al posto della dismissione dello scalo merci di Porta Nuova.

In merito, secondo le intese raggiunte con il Comune di Verona, le Ferrovie dello Stato individueranno entro 120 giorni un operatore economico interessato ad acquistare l’area e, quindi, a realizzare gli interventi previsti.

Secondo l’intesa raggiunta, il parco urbano, oltre a svolgere un’importante funzione di riequilibrio ecologico all’interno di un più vasto ed articolato sistema del verde urbano, ospiterà attività ricreative, servizi ed attrezzature per lo sport ed il tempo libero, in un quadro di sostenibilità tecnico-economica complessivo.

La relazione economica, contenente un piano economico finanziario di massima, che illustrerà i costi e i benefici attesi, con particolare riferimento a modalità e tempi di realizzazione, alle fonti di finanziamento, alla sostenibilità economica del programma e delle singole fasi di attuazione è stata chiesta in capo all’operatore economico che manifesterà il proprio interesse.

Quindi, il lavoro finora prodotto e l’intesa finora raggiunta non comprendono la necessaria valutazione della sostenibilità economico-finanziaria, per la difficoltà al momento attuale di poter prevedere parametri immobiliari attendibili, vista la precarietà della situazione economica, da parte di operatori pubblici/privati, oltre a non comprendere, stante l’attuale indeterminatezza delle ipotesi di trasformazione, una completa valutazione del percorso urbanistico amministrativo da compiere.

Lasciare questa valutazione in capo all’operatore economico interessato a realizzare gli interventi potrebbe contrastare con l’interesse pubblico. Benché siano stati fissati i paletti entro i quali agire, è giocoforza ovvio che valutazione potrebbe essere sbilanciata a favore dell’operatore che la redigerà il quale, conseguentemente, potrà chiedere modifiche a scapito della consistenze delle aree non impiegabili, ovvero quelle destinate a verde pubblico.

Il parco è l’occasione per avviare un percorso di rigenerazione urbana dei quartieri di Golosine (senz’altro) e Santa Lucia (leggermente meno scontato) favorevole alla risoluzione di criticità legate all’obsolescenza del patrimonio edilizio, la carenza di standard a verde e la scarsa qualità degli insediamenti.

Altresì, uno spazio simile favorirà l’integrazione sociale, la qualità degli spazi pubblici, nuovi spazi ed attrezzature per il tempo libero, per l’incontro e la socializzazione che, insieme, contribuiranno ad elevare la qualità della vita, in particolare dei residenti nei quartieri a ridosso.

In questo contesto, evidenzio una rilevante criticità: la “realizzazione di un nuovo sottopasso che implementi i collegamenti e la relazione tra i quartieri a nord e a sud della linea ferroviaria”, ovvero al nuovo collegamento voluto dal Comune che da Piazzale Guardini (zona palazzo delle Poste) ed in futuro collegato alla tangenziale –  in zona via Albere – sbucherebbe in prossimità della rotonda di ingresso nel quartiere Golosine su Stradone S. Lucia.

Questa nuova strada è un controsenso rispetto agli obiettivi prefissati con la realizzaizone del parco urbano. Infatti, questo collegamento sposterà il traffico da altrove direttamente in bocca al quartiere, già gravato, per una parte, dalla presenza della Fiera che in alcune occasioni dell’anno va letteralmente in apnea.

Si tratta di un collegamento che non corrisponde all’esigenza di risolvere la pressione automobilistica da e verso il villafranchese che attanaglia il quartiere di S.Lucia.

Con questa proposta inserita nell’intesa, il Comune non solo non risolve il tema, ma crea dubbi sulla volontà di proporre l’allargamento dei cavalcavia ferroviari in via Albere – legati alla realizzazione della tratta alta velocità Verona/Brennero -, ovvero di quei due imbuti stradali che creano solo code.

E se anche la motivazione fosse che si intende favorire uno sbocco dalle Golosine verso le grandi arterie viabilistiche, passando per la tangenziale nord (e riducendo di 800 metri il transito attuale per accedere alla medesima tangenziale da via Albere) o che la nuova strada serve per togliere traffico da via Albere, ha senso spendere tutti quei soldi rinunciando a salvare S. Lucia dal passaggio veicolare da/verso Villafranca? Ha senso creare il traffico, compreso quello di passaggio da/verso la zona ZAI attraverso via Golosine, ossia dove oggi non c’è?

Questa nuova strada sarà presa d’assalto per raggiungere il parco urbano, la Fiera durante gli eventi e per recarsi ai centri commerciali Adigeo e a quello che sorgerà nell’area della ex Manifattura Tabacchi.

Altro aspetto da approfondire è il beneficio per il quartiere di S. Lucia. Il nuovo parco urbano è fisicamente delimitato nei pressi dell’attività economica di carrozzeria presente su Stradone S. Lucia. Non è chiaro se l’accesso è già previsto in quella zona. La distanza del parco da quel quartiere non consentirebbe alcune delle opportunità presenti, invece, per il quartiere Golosine. Anzi, restano intatti e impattanti – perennemente – tutte le infrastrutture ferroviarie oggi presenti.

Infine, va posta la massima attenzione su alcuni cardini da seguire nelle fasi che saranno perseguite. E’ mia convinzione che:

  • innanzitutto, occorra progettare la sicurezza dei luoghi, considerate le frequentazioni nonché la nuova e gradevole connessione h24 dei quartieri a ridosso con il centro storico;
  • il soddisfacimento della domanda abitativa sia rivolta in maniera significativa a favore della coesione sociale e, quindi, in una parte significativa occorrono interventi di edilizia residenziale sociale;
  • bisogna prevedere un elevato livello di accessibilità dello spazio pubblico;
  • perseguire il minor impatto possibile nel contesto verde degli edifici commerciali e residenziali;
  • una coerente integrazione delle infrastrutture della mobilità veicolare, pedonale e ciclabile con il tessuto urbano;
  • serva creare un efficace sistema di connessioni e percorsi in direzione della Fiera e di altre opportunità in costruzione;
  • la realizzazione di parcheggi a servizio della Fiera siano preferibilmente interrate o meno impattanti possibili sul nuovo contesto a verde;
  • sia favorita costantemente la partecipazione attiva degli abitanti nelle fasi decisionali, progettuali, di realizzazione, di monitoraggio periodico dello stato di attuazione e di gestione.

AC/AV a Verona, arrivano i commissari straordinari!

Per le tratte AC/AV Brescia-Verona-Padova e Verona-Fortezza a breve saranno nominati due commissari straordinari. Finalmente.

In merito, sono stato nominato relatore del provvedimento che darà il “nulla osta” (parere) per l’individuazione nominativa dei commissari ed entro il 27 gennaio il mio incarico va terminato.

Due buone notizie per Verona. La scelta di “commissariare” le due tratte Brescia-Verona-Padova[1] e Verona-Fortezza[2] conferirà impulso alla realizzazione delle opere relative in modo da rispettare i tempi stabiliti, soprattutto per quella verso il Brennero.

La scelta politica che abbiamo assunto investe due importanti infrastrutture ferroviarie caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico-amministrative che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio-economico a livello nazionale, regionale e locale.

Successivamente, sarà avviata l’intesa con i Presidenti delle Regioni e poi la firma del decreto da parte del Presidente Conte su proposta del Ministro De Micheli. Su quel decreto di nomina ci esprimeremo di nuovo per il “nulla osta” definitivo.

La decisione di inserire le due opere tra quelle da commissariare è legata alla constatazione che seppure siano a buon punto di realizzazione o progettazione, necessitano comunque di un ulteriore accelerazione per essere completate e rese funzionanti nel breve periodo.

In tutta Italia le opere da commissariare sono 58 (ferroviarie, stradali, idriche, caserme) che, per varie ragioni, non sono in linea con il cronoprogramma.

Per Verona, la lentezza per la tratta Verona/Fortezza è strettamente legata al tempo perso dal Comune di Verona nel dare il proprio parere sul progetto preliminare del lotto 4 funzionale Pescantina-ingresso nel nodo di Verona).

Oltre un anno e mezzo per dire cosa ne pensava. Un’enormità che, tra le altre lentezze, ci ha obbligati a “commissariare” l’intervento per riuscire a rispettare i tempi di realizzazione entro il 2028, ovvero in concomitanza con l’apertura del tunnel del Brennero.

Con l’incarico che mi è stato conferito, farò di tutto per portare a termine velocemente la nomina dei due commissari perché Verona ha bisogno come il pane di quelle due tratte ferroviarie.

[1] L’opera si compone di varie tratte:

  1. Brescia-Verona, costo 3.430 mln, finanziata con 2.847 mln per tratta Brescia est-Verona e Nodo di Verona ovest;
  2. Verona-Bivio Vicenza, costo 3.093 mln, finanziata con 1.364 mln per 1° lotto costruttivo e Nodi di Verona est;
  3. Attraversamento di Vicenza, costo 805 mln, finanziato con 150 mln per 1° lotto costruttivo;
  4. Vicenza-Padova, costo 1.316 mln, non ancora finanziati.

[2] L’opera si compone di varie tratte:

  1. Fortezza-Ponte Gardena, costo 1.522 mln interamente finanziati;
  2. Circomvallazione di Bolzano, costo 852 mln, finanziato con 8 mln;
  3. Circomvallazione di Trento e Rovereto, costo 1.555 mln, finanziati con 7 mln;
  4. Ingresso nel nodo di Verona (da Pescantina), costo 998 mln finanziati con 25 mln per la sola parte progettuale.