Il Governo a sostegno delle misure per la disabilità

In tempi di emergenza da virus, si è creata un’altra emergenza: la chiusura dei centri diurni.

Da settimane sono chiuse le strutture semiresidenziali per minori e persone anziane, con disabilità, con dipendenze e con disturbi di salute mentale, che sono il cuore dei servizi territoriali cosiddetti “diurni”, sociali e socio-sanitari, da sempre gestiti dalle ULSS su delega dei comuni.

Dall’inizio della grave crisi sanitaria per COVID-19 le persone più fragili del territorio veneto gravano sulle famiglie, con un carico assistenziale supplementare che si somma alle difficoltà che tutti vivono.

In Veneto 8.426 persone con disabilità sono inserite in strutture semi-residenziali ed altre 8.271 persone sono giornalmente occupate nell’integrazione sociale in ambiente lavorativo (SIL).

Da settimane, ormai, queste persone sono a casa, senza contare quelle degli altri servizi, salute mentale in primis.

Nel Decreto Legge “Cura Italia” abbiamo previsto che durante la sospensione dei servizi educativi e scolastici e dei servizi sociosanitari e socioassistenziali sia garantito lo svolgimento di prestazioni convertite in altra forma, ossia in forme individuali domiciliari o a distanza o resi negli stessi luoghi ove si svolgono normalmente” per far fronte all’emergenza.

È altresì prevista l’attivazione di interventi non differibili in favore delle persone con disabilità ad alta necessità di sostegno sanitario. Le prestazioni convertite in altra forma, saranno retribuite ai gestori con quota parte dell’importo dovuto per l’erogazione del servizio secondo le modalità attuate precedentemente alla sospensione e subordinatamente alla verifica dell’effettivo svolgimento dei servizi.

Ci siamo occupati, quindi, della tutela delle persone fragili bilanciando il principio del distanziamento sociale (la chiusura dei Centri Diurni per non favorire il contagio) con l’altrettanto, se non più significativo, bisogno di tutelare e assistere le persone più fragili della società.

Il Decreto precisa che le pubbliche amministrazioni sono autorizzate al pagamento dei gestori privati dei suddetti servizi per il periodo della sospensione.

Sarà inoltre corrisposta un’ulteriore quota parte (seconda quota) per raggiungere la corresponsione di entità pari all’importo già previsto (100%), al netto delle eventuali minori entrate derivanti dalla sospensione del servizio.

Questo pagamento dei servizi è stato previsto per garantire la tenuta del sistema welfare a condizione che i gestori privati di tali servizi dovranno garantire l’effettivo mantenimento, ad esclusiva cura degli affidatari di tali attività, delle strutture attualmente interdette, tramite il personale a ciò preposto, fermo restando che le stesse dovranno risultare immediatamente disponibili, all’atto della ripresa della normale attività.

Tutto questo, pertanto, evita anche il ricorso alla cassa integrazione per i dipendenti delle strutture private accreditate.

Ora, se è stata prevista questa possibile, cosa aspetta la Regione a recepirle e dare seguito a quanto stabilito dal Decreto attraverso chiare indicazioni da fornire alle ULSS territoriali? È urgente un intervento chiaro che metta in condizione gli enti ad attivare i servizi in altra forma” (domiciliari, a distanza, in ambienti sicuri e dedicati) per non incorrere in violazioni della sospensione o per non dover altresì richiedere gli interventi di sostegno del reddito per il personale non impiegato.

Noi abbiamo dato la possibilità agli Enti del Terzo Settore del Veneto di decidere a favore della prosecuzione delle attività. Il resto tocca a Zaia.

Speriamo lo faccia, ed in fretta.

Zaia si è occupato delle case di riposo?

Per tanti giorni ho seguito le conferenze stampa di Zaia.

In diverse occasioni ho notato la sua capacità di non dire tutto, ovvero solo quello che gli interessava e di alzare sempre lo sguardo verso Roma, in modo da mettere in mora qualcun altro rispetto alle tante cose da fare.

Quindi, in tante occasioni abbiamo sentito parlare di mascherine, guanti, respiratori e così via.

Va specificata una cosa: dal 2004 le competenze in materia sanitaria sono state attribuite alle Regioni. Spetterebbe a queste garantire l’efficienza del sistema sanitario regionale.

In tutta Italia, su questo punto ci torneremo, perché l’epidemia ha fatto emergere importanti criticità e lacune, a testimonianza che le scelte fatte non sempre sono state felici.

Qui in Veneto, inoltre, propagandato come sistema efficiente, non possono mancare le dotazioni per il personale sanitario, ivi compresi i medici di base o, peggio ancora, posti per rianimazione e attrezzature adeguate.

Ne parleremo dopo l’epidemia.

Ovviamente, in un contesto emergenziale come quello che stiamo vivendo, il

Governo non può che fare la sua parte.

Ecco, questa certezza, che il Governo deve comunque agire, è stata presa a pretesto per scaricare su altri le proprie mancanze, con un gioco al rilancio che mediaticamente ha ingenenerato la convinzione che altri non hanno fatto il proprio dovere.

Invece, la prova provata del contrario, non solo è quella di aver scoperto tante falle nel sistema sanitario!/ospedaliero, ma alzando lo sguardo su altre esigenze sempre di carattere regionale, viene fuori un quadro desolante.

È il caso delle Residenze Sanitarie Assistite e delle Case di Riposo. Li non c’è Governo che tenga.

Innanzitutto, gli operatori non possono contare su competenze e dotazioni di livello ospedaliero ma si trovano a dover fare i conti con una popolazione ospitata altamente vulnerabile.

Più di 30mila anziani ricoverati in circa 200 strutture, pubbliche e private, devono affrontare l’epidemia di Coronavirus in condizioni assai complicate. Avevano bisogno si da subito di un’attenzione particolare che non c’è stata e almeno fino a due/tre giorni a abbiamo notato solo la forte latitanza della Regione.

Non risulta, inoltre, che la Regione abbia predisposto un monitoraggio di quello che sta succedendo. Quanti focolai di Covid19 ci sono nelle strutture venete e quanti contagiati? Qual è il fabbisogno di personale per sostituire chi è stato costretto a lasciare il lavoro perché colpito dal virus o dare il cambio a chi sta facendo turni massacranti? Chi deve provvedere alla continua sanificazione dei locali?

Le strutture, già alle prese con parecchi problemi di bilancio, si trovano a fare i conti con un peso insostenibile. Alcune sono già collassate, altre lo saranno a breve senza un intervento forte.

Su questo tema, per adesso solo allarmanti proclami a parte di Zaia. Ma non era il caso di agire sin dall’inizio dell’epidemia?

Zaia, basta chiacchiere, per salvare le persone anziane ospitate nelle Case di riposo, in particolare quelle pubbliche, servono risorse altrimenti il sistema crollerà, quindi, finiscila di fare propaganda e datti da fare, prima che si verifichi  la ‘Caporetto’ degli anziani del Veneto.

La Lega vuole sfiilarci Vinitaly e portarla a Milano?

Il Senatore leghista Centinaio ha rispolverato la vecchia e mai sopita volontà di Milano di sottrarre a Verona l’importantissima manifestazione fieristica sul vino.

Appena saputo del rinvio all’anno prossimo di Vinitaly, causa Coronavirus e non altro, immediatamente si è precipitato a sottolineare che “il settore deve concentrarsi sull’evento d’autunno, nella città più internazionale del nostro Paese. Milano Wine Week deve diventare la vetrina per il vino italiano per il 2020”.

La proposta non è passata inosservata, anche in ragione del ruolo che Centinaio ha rivestito fino a pochi mesi fa: Ministro dell’Agricoltura.

E’ da sempre noto il disegno della Lombardia di portare a Milano Vinitaly, ma pensavo che dopo i successi di VeronaFiere di questi anni ed il lustro durante Expo 2915, con il ruolo avuto nel salone del vino da parte di Verona, avessero chiuso per sempre la bocca a coloro che portano avanti questo disegno da anni, ormai.

Invece, no, anzi, attraverso la voce del leghista Centinaio hanno riscoperto le carte e tornati alla carica, con forza.

L’evento Milano Wine Week in autunno, mai potrà diventare “la vetrina per il vino italiano del 2020”.  Quella di Centinaio è una boutade, ma ha tradito le intenzioni di sempre.

Peraltro, il Senatore leghista ha, di fatto, già incaricato – attraverso il favore che ha espresso platealmente – colui che dovrebbe portare avanti il progetto contro Verona: l’ideatore di quella manifestazione milanese in modo che Milano Wine Week sia “l’esempio di un’Italia che non si ferma davanti agli ostacoli”.

Spero che Verona non sia totalmente distratta dall’emergenza – pur importante – da non comprendere il pericolo che stiamo correndo.

Chiedo al sindaco Sboarina di lanciare un segnale forte, a difesa degli interessi di Verona e del futuro di VeronaFiere che su Vinitaly fonda gran parte delle proprie aspettative.

Non è accettabile che approfittando di una calamità come questa, qualcuno possa dividersi le vesti.

Alla Lega va detto con forza che Vinitaly non si tocca!

Alta velocità, Sboarina datti una mossa!

La notizia che il tunnel del Brennero sarà realizzato entro il 2028 è un’ottima cosa.

Da quell’anno le dinamiche per Verona cambieranno radicalmente, in termini di sviluppo, di marketing territoriale e di centralità in tutto il sud Europa nel comparto della logistica. Sono convinto che ci saranno novità anche per le metropolitane di superficie.

Ovviamente, il solo tunnel non è sufficiente.

Serve che quel buco sia collegato con la rete ferroviaria in modo da ottimizzare il più possibile i trasporti ed i tempi previsti.

Serve anche un interporto in grado di reggere la sfida che i nuovi e più moderni traffici lanceranno a Verona.

Innanzitutto il Quadrante Europa. E’ necessario che il terminal ferroviario sia ingrandito con stazioni intermodali per treni lunghi fino a 750/1000 metri, in modo da portare più carichi. Su questo punto, ho la garanzia che RFI procederà in questa direzione con un investimento di circa 50 milioni di euro in autofinanziamento. I progetti sono già in corso.

Altra buona notizia è la sicura realizzazione del collegamento diretto tra la rete storica e quella AV con il QE e tra questi e le linee ferroviarie verso il Brennero e Bologna.

I collegamenti diretti eviteranno ai treni merci l’imbuto di Porta Nuova e sveltiranno i traffici diretti da/verso l’interporto.

La tratta Brescia/Verona è stata interamente finanziata dal Governo Renzi e dopo la sostituzione del Ministro Toninelli e dei suoi alleati della Lega, finalmente le gare di appalto sono in corso. Entro il 2026 dovrebbero concludersi i lavori.

Qui si apriranno opportunità per il trasporto pubblico di massa cadenzato attraverso l’utilizzo delle tracce ferroviarie lasciate libere sulla linea attuale.

Quello che mi preoccupa, e molto, è la tratta ferroviaria Verona/Brennero ed in particolare la Verona/Pescantina, IV lotto prioritario, peraltro.

Questo tratto è fermo a causa del Comune di Verona!

A metà settembre 2018 Rete Ferroviaria Italiana ha presentato lo Schema di Accordo procedimentale di attuazione del Protocollo sottoscritto nel 2013 ed ha reso noto il progetto preliminare. Da allora – ormai un anno e mezzo – nessuno ha più saputo nulla. Un ritardo notevole che sta incidendo negativamente sulla realizzazione dell’opera e, quindi, sia sulla funzionalità del collegamento con il tunnel sia sulle prospettive per Verona.

Pur tuttavia, nonostante il silenzio del Comune, proprio in questi giorni noi siamo andati avanti lo stesso e abbiamo finanziato lo sviluppo della progettazione Verona/Pescantina con 10 milioni di euro.

Sfuggono le ragioni dell’insipiente silenzio, ma poiché sono noti i risultati negativi per l’economia veronese, abbiamo deciso di proseguire comunque.

Peraltro, il ritardo incide anche sullo sviluppo dell’area di S. Massimo. Infatti, l’interramento della linea tutta, AV e storica, poco dopo Porta Nuova, eliminerà quel muro che oggi divide il quartiere dalla città.

Ho letto che non è vero che il Comune è dormiente.

Fa piacere sapere lunedì 16 scorso c’è stato un incontro sul tema, non è mai troppo tardi, ma potevano svegliarsi prima.

Adesso è doveroso recuperare il tempo perduto.

Zaia e la mascherina “meglio piuttosto che niente”

Le “mascherine made in Veneto” di Zaia non sono state testate sul coronavirus e non sono nemmeno dispositivi di protezione individuale. Inoltre, non essendo certificate per uso sanitario non sono sicuramente in grado di fare da barriera contro il coronavirus.

Zaia sta usando le preoccupazioni dei veneti per carpirne la fiducia ingenerando la convinzione che le mascherine che sta distribuendo servano a proteggerci dal virus.

Quelle mascherine vengono pubblicizzate come la “risposta veneta” al coronavirus e addirittura come “la soluzione alla veneta per un problema cruciale in tutta Italia”. Viene poi aggiunto che “La mascherina ha tutte le caratteristiche per fornire un’ottima protezione per circa l’80% della popolazione, ad esclusione dell’uso prettamente sanitario e chirurgico” e che “non sono prodotti medicali, però è pure vero che questo funziona più di un foulard, di una sciarpa o di una mascherina di base”.

Siamo di fronte ad una miscela di imprecisioni ed errori che potrebbero persino essere pericolose per la popolazione, perché Zaia ha diffuso una serie di informazioni sbagliate.

Innanzitutto, le mascherine della Grafica Veneta Spa non possono nemmeno essere chiamate neanche in tal modo, perché non è dimostrato che funzionano meglio delle mascherine chirurgiche.

Anzi, è la stessa azienda a sottolineare che si tratta di “schermi filtranti” che, pur avendo superato tutti i test previsti e ottenuto le certificazioni necessarie, ancora non si possono definire mascherine chirurgiche. Il secondo errore, ben più grave del precedente, si commette quando si dice “innovativo dispositivo di protezione individuale”. Al contrario, questi “schermi filtranti” non sono in alcun modo assimilabili a dei Dpi, tanto che sullo stesso prodotto è riportata la dicitura “non è un dispositivo di protezione individuale”.

A questo punto vale la pena spiegare la differenza che esiste fra le varie mascherine:

  • chirurgiche (più diffuse e meno costose). Servono per chi è già malato perché sono utili per trattenere le proprie secrezioni – provenienti da colpi di tosse o starnuti – alle quali può legarsi il virus, ma non proteggono adeguatamente dai rischi di contagio provenienti dall’esterno. Inoltre dopo appena due ore di utilizzo queste mascherine tendono ad umidificarsi e andrebbero cambiate;
  • Ffp1, o antipolvere. Anche queste però, come quelle chirurgiche, non proteggono efficacemente dal coronavirus;
  • Ffp2 e Ffp3. Sono le uniche in grado di offrire una protezione dal contagio in quanto dotate di speciali filtri e servono ai sanitari.

Zaia, parlando di mascherine e assimilandole vagamente a strumenti “di protezione individuale” ha ingenerato la convinzione che siano utili per tutto.

Quindi, cosa sarebbero “le mascherine di Zaia”? Gli “schermi filtranti” prodotti da Grafica Veneta Spa sarebbero “dispositivi che proteggono nello scambio di saliva, coprono naso e bocca, quindi, offrono uno schermo protettivo a chi le indossa”.

Sulla questione è intervenuto anche il dipartimento della Protezione Civile che ha fatto sapere: “le mascherine due veli in tessuto non tessuto (lo stesso utilizzato per il confezionamento degli schermi filtranti di Grafica Veneta Spa) non sono dispositivi di protezione individuale”.

Altro elemento che ha creato confusione è stato quello di far riferimento all’attesa di autorizzazione, citando in modo strumentale il decreto Cura Italia che all’articolo 15 consente di produrre, importare e immettere in commercio mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuale in deroga alle vigenti disposizioni.

La deroga, però, fa riferimento solo alla possibilità di produrre mascherine autocertificandone l’aderenza agli standard, senza attendere le verifiche esterne previste normalmente che ora richiederebbero tempi troppo lunghi.

Nonostante tutte queste considerazioni siano ben note, la Regione Veneto ha comunque inviato diverse lettere ai comuni e a centri servizi per anziani, residenze sanitarie assistite e case alloggio per disabili, contenenti le indicazioni pratiche per la distribuzione di questi dispositivi, invitando i sindaci a favorirne “la distribuzione il più capillare possibile”.

Assurdo, perché ha proseguito a far credere qualcosa che non è vero!

Ma che differenza c’è tra gli “schermi filtranti” di Zaia, le mascherine che non piacevano all’Assessore lombardo Gallera e le bandane di stoffa?

Quelle di Zaia sono molto simili alle mascherine fatte arrivare in Lombardia dalla Protezione Civile, mascherine che Gallera definì  «un fazzoletto o un foglio di carta igienica che viene unito».

Pensate, in quell’occasione “Il Sole24h” scrisse che «mancano gli elastici intorno alla bocca, si attaccano alle orecchie non con dei lacci ma grazie a dei fori, si spostano facilmente, tanto da non poter essere tenute vicino alla bocca». Esattamente come quelle di Zaia.

TAV, il progetto va avanti, nonostante Sboarina 

La prossima settimana approviamo il finanziamento di 10 milioni di euro per proseguire la progettazione dell’ingresso nel nodo di Verona dell’alta velocità Verona/Brennero, lotto funzionale IV Verona/Pescantina.

Un segnale di attenzione del Governo e del PD verso questa importante tratta che consentirà a Verona di collegarsi con il nord Europa ed essere punto di riferimento dei traffici, merci e passeggeri, internazionali.

Abbiamo deciso il finanziamento nonostante da oltre un anno sia stato depositato in Comune di Verona l’accordo ed il progetto preliminare relativo alla tratta alta capacità Verona/Pescantina ed ancora non è stato fornito l’imprescindibile parere.

Una situazione assurda che denota disattenzione da parte del Comune, fatto che sta determinando un grave ritardo tale da aver già causato il rinvio dell’apertura della linea ferroviaria veloce verso nord dal 2026 al 2028/2029.

La cosa fa ancora più specie in ragione del fatto che sono stati pubblicati i bandi per la realizzazione della tratta tra Brescia e Verona e, molto probabilmente, i lavori saranno accelerati anche in virtù dalla possibilità concreta di non abbattere più la società di porcellana ANCAP di Sommacampagna, ormai unico “ostacolo” al completamento della linea.

Il ritardo del Comune sta determinando anche il rischio del disallineamento tra il termine lavori dell’alta velocità Brescia/Verona e quello verso il Brennero, ragion per cui le merci subiranno una “rottura di carico” che provocherà anche ripercussioni economiche agli operatori della logistica che hanno investito su Verona, ed in particolare nel Quadrante Europa.

Tra non molto, proprio nel Quadrante Europa, dovrebbero partire anche le azioni sia per allargare il terminal esistente sia per allungare i binari presenti in modo da accogliere treni più lunghi e capienti. A fronte di questi importanti interventi, il blocco che si crea tra linea nuova e linea vecchia è un dato surreale.

A causa del Comune, che non è pronto ad affrontare la sfida del mercato logistico che punta sempre di più su Verona, il nostro territorio rischia un gap competitivo.

Non è chiaro perché, nonostante nel mese di settembre 2018 Rete Ferroviaria Italiana abbia presentato lo Schema di Accordo procedimentale di attuazione del Protocollo sottoscritto nel 2013 ed il progetto preliminare, sia calato il silenzio.

In ogni caso, noi andiamo avanti. Ci è stato chiesto di portare comunque avanti le progettazioni e noi le finanziamo con altri 10 milioni di euro, sperando che questo investimento serva a coprire le lacune del Comune.

Il rifacimento di Verona Nord è un intervento parziale.

Dunque, a breve inizieranno i lavori per sistemare l’imbuto del casello di Verona Nord, una stazione autostradale che è stata attraversata nel 2019 da oltre 10 milioni di veicoli.

Una strozzatura conosciuta da tutti e che provoca ogni giorno code interminabili.

Il progetto prevede l’ampliamento della sede stradale del tratto proveniente dalla Valpolicella che conduce alla rotatoria di innesto nel piazzale del casello, ovvero la realizzazione di due corsie di transito; un nuovo grande parcheggio nell’area vicina alla rotatoria; l’ampliamento dell’attuale parcheggio a nord, accessibile sia agli utenti provenienti da sud sia a quelli provenienti da nord; il collegamento tra i due parcheggi attraverso una passerella pedonale; l’allargamento del ramo di uscita della rotatoria in direzione Verona/Mantova.

Sulla carta appare un buon progetto, soprattutto perché risolve la strozzatura dalla Valpolicella. Ma l’analisi attenta delle movimentazioni automobilistiche ci dice che è un intervento parziale e che si poteva osare di più per favorire altre soluzioni.

Quel casello è interessato da un’elevata promiscuità: traffico commerciale e privato, traffico di natura locale, da/verso l’aeroporto ed il villafranchese, l’area doganale nonché snodo da/verso l’area dei centri commerciali lungo la strada bresciana. Un miscuglio che poteva essere separato a seconda delle destinazioni attraverso una sapiente divisione dei rami stradali.

L’intervento rischia di essere parziale perché è vero che si prevede di allargare la strada proveniente dalla Valpolicella da una corsia attuale a due fino al bivio per entrare o meno in autostrada, ma resta una sola corsia pochi metri più avanti, ovvero nel tratto di collegamento tra questa ed il bivio verso l’aeroporto e la gronda nord verso Verona, nonchè l’ingresso nella rotonda.

L’imbuto, pertanto, potrebbe crearsi proprio lì, quando la strada per recarsi verso Verona o sulla tangenziale sud ripassa da due a una corsia.

Il progetto, poi, non prevede nulla sulla strozzatura esistente sulla strada che proviene da Verona o da Villafranca, verso la Valpolicella. L’immissione in quel tratto stradale ad una sola corsia per coloro che provengono dalla gronda nord e dalla tangenziale sud per andare verso la Valpolicella e il Lago resterà intatta, come adesso.

Inoltre, poiché c’è lo spazio, era possibile progettare corsie uscite/entrate specifiche per i vari collegamenti verso le diverse destinazioni oggi servite, in modo da rendere semplice per tutti gli automobilisti accedervi e indirizzarsi presso la meta preferita.

il rifacimento dell’area era anche l’occasione per pensare ad un collegamento diretto tra il casello e la tratta della gronda nord da/verso l’aeroporto. In questo modo, si sarebbe realizzata l’entrata/uscita dedicata allo scalo eliminando definitivamente la balzana idea di costruire un casello apposta a Dossobuono.

Il Comune di Verona si è accontentato del classico piatto di lenticchie senza programmare un intervento strategico che avrebbe risolto molte più esigenze di quelle che questo progetto risolverà.

Insomma, non è tutto oro ciò che luccica.

Tav Brescia/Verona, ANCAP potrebbe non essere più demolita

È possibile l’alta velocità nel tratto Sommacampagna/Sona senza per forza abbattere la società di porcellana ANCAP che si trova lungo il tracciato.

Il tema è noto.

Il progetto in essere prevede il posizionamento dei binari esattamente sopra una parte dei capannoni dell’azienda, ragion per cui con due delibere CIPE è stato deciso lo spostamento in un’altra area idonea che la proprietà aveva già individuato accanto al centro commerciale La Grande Mela.

Al consorzio CEPAV 2 era stato affidato lo spostamento e, per questa ragione, lo stesso consorzio ha provveduto alla stesura dei contratti con la ANCAP per definire progetti e acquisti, nonchè a svolgere le pratiche burocratiche con il Comune di Sona.

Però, il quadro definito con le delibere CIPE, che sembravano aver chiuso il cerchio, si è complicato a causa di aspetti fiscali che hanno un peso rilevante. Lo stesso impegno di CEPAV rischia di essere ininfluente sul risultato, che è quello di realizzare la TAV.

Sono emerse, pertanto, due necessità da salvaguardare: la continuità aziendale e, quindi, i posti di lavoro e lo sviluppo dell’alta velocità che per noi è crescita.

In merito, con il vicesindaco del Comune di Sommacampagna, Giandomenico Allegri, che ha coinvolto anche l’Amministrazione civica di Sona, abbiamo valutato tutti gli scenari in modo da perseguire i due obiettivi nel miglior modo possibile.

La domanda principale era se, a questo punto, c’erano possibilità alternative, ovvero se era fattibile il transito dei treni ad alta velocità in quella zona senza coinvolgere la ANCAP.

La risposta che mi è stata data è che l’ipotesi è fattibile tecnicamente.

La rilevante novità è emersa da un confronto con gli esperti di Rete Ferroviaria Italiana. In pratica, sarebbe possibile utilizzare lo stesso sedime ferroviario esistente per creare una piccola deviazione nell’ambito della quale si possono sia costruire i binari dedicati all’alta velocità sia addirittura riallocare l’attuale linea storica.

Tutto questo senza ulteriori espropri e, quindi, senza più demolire la ANCAP.

A questo punto è probabile che non sia neanche necessario modificare il quadro normativo esistente. Infatti, lo spostamento di ANCAP era lo strumento strettamente collegato, ovvero la subordinata, alla realizzazione della TAV che è, pertanto, la ragione principale.

Se questa può essere comunque realizzata anche senza spostare l’opificio, quell’esigenza viene totalmente meno.

Una buona notizia per Verona perché consente contemporaneamente di salvaguardare posti di lavoro, tema sul quale hanno insistito le due Amministrazioni di Sommacampagna e Sona e di riprendere velocemente progetti e iniziative volte alla più rapida realizzazione della tratta, tenendo conto di definirla entro le olimpiadi del 2026.

Verona istituisca un “Premio alla memoria” di Roberto Puliero

Verona istituisca un “Premio alla memoria” di Roberto Puliero a riconoscimento del valore come simbolo di tradizione e cultura popolare veronese.

La comunità di Verona, che Roberto Puliero ha sempre amato e privilegiato, colga l’occasione per tributargli l’onore di collocarlo tra i massimi cultori delle tradizioni popolari e diffusore della cultura che ha impregnato il territorio nel tempo.

La conservazione delle tradizioni conferisce un senso alle cose quotidiane e permetto a ciò che facciamo di vivere anche oltre l’immediato presente.

È anche grazie all’incessante impegno di Roberto Puliero, nel delicato e fondamentale contesto culturale, che la tradizione veronese è stata rinvigorita e si è tramandata.

Attraverso le emozioni che è stato in grado di suscitare diffusamente con le sue opere di ingegno, con le magistrali interpretazioni dell’arte che ci deriva dal tempo, ha consentito di ricevere le sensazioni che Verona ha provato nel proprio passato.

Roberto Puliero ci ha donato strumenti culturali che non è possibile ricevere semplicemente attraverso la lettura di un libro, perché l’arte espressiva di cui è stato artefice ha reso presenti alcuni aspetti valoriali che non sempre la tradizione orale ha lasciato.

Il modo in cui Roberto Puliero ha vissuto la tradizione ed i suoi valori gli ha consentito di proteggerli e tramandarli nella sua originalità e valenza culturale, quasi in modo sacrale.

La sua esistenza non può che assumere un forte valore simbolico per Verona in modo da promuovere la sopravvivenza della memoria sedimentata che solo la tradizione può tenere vivace.

La miriade di personaggi che con passione ha interpretato hanno avuto un unico filo conduttore: preservare la cultura popolare veronese anche attraverso l’elevazione del dialetto e delle consuetudini del passato come veicolo a supporto della preservazione valoriale, mai divisiva, mai banale.

Il senso che dava al suo impegno era plurale, comprensivo e, quindi, tale da favorire l’originalità delle proposizioni e la altrui simpatia verso le tradizioni che esprimeva, favorendo l’immagine del territorio.

Di fronte all’evoluzione dei costumi, dei comportamenti, della società e rispetto alla secolarizzazione della memoria territoriale, Roberto Puliero ha rappresentato un punto di riferimento valoriale imprescindibile per il futuro di Verona che, come tutte le realtà, fonda le proprie radici nella storia del suo passato.

Per queste semplici ragioni ideali e culturali, credo sia più che opportuno che le Istituzioni promuovano la nascita di un Premio alla memoria di Roberto Puliero, per favorire le sensibilità simili presenti nella società veronese, incentivarle, renderle pubbliche e, pertanto, stimolare il necessario spirito di emulazione che consentirebbe la propagazione delle medesime idealità che Puliero esprimeva, la conservazione della memoria e delle tradizioni veronesi nel tempo futuro.

Il test antidroga a scuola è un errore “culturale”.

E’ in corso la stesura di un protocollo tra azienda sanitaria, Comune, Polizia locale e Ufficio scolastico per stabilire controlli sui ragazzi delle scuole medie e superiori di Verona che volontariamente si sottoporranno, su consenso dei genitori, ai test su droga e alcol. Gli studenti verrebbero segnalati dagli insegnanti e tra i segnalati si procede al sorteggio per sceglierne una quota. Ai prescelti si chiederà di fare il test.

Detto che sono convintamente per la tolleranza zero contro l’uso di droghe, sono contrario a trasformare la scuola in un luogo di repressione nel quale agli insegnanti viene chiesto di compilare una lista di proscrizione costruita con elementi simili alla delazione anonima.

La scuola è certamente terreno per iniziative e azioni per sensibilizzare i giovani sull’uso di sostanze stupefacenti e alcol, ma non per essere trasformate in campo di battaglia per soluzioni ideologiche.

Una caccia alle streghe che come tale porterà in tante famiglie dubbi e sospetti tali da avvelenare il clima familiare. Faccio un esempio a tal proposito. Anni fa, il centrodestra in Provincia chiese ai consiglieri provinciali di fare i test antidroga. Una mossa propagandistica bella e buona. Fui tra i pochi consiglieri provinciali a non fare quel test perché lo ritenevo una sciocchezza. Se una cosa simile dovesse accadere anche oggi, ad un ragazzo che si rifiuta per motivi ideali, cosa accadrebbe nella sua famiglia?

Vedo un certo relativismo culturale sul tema. Come mai nessun centro antidroga, nessun esperto psicoterapeuta, nessuna comunità di recupero, propone soluzioni simili? E perché una cosa simile capita solo a Verona ed in nessuna altra città del Veneto o di altre Regioni?

Il nodo centrale è che si tratta solo di azioni repressive che individuano tutti gli studenti come sospetti e colpevoli e addita la scuola come se fosse una piazza di spaccio e, quindi, la caserma dove identificarli.

Il clima di sospetto e le liste di proscrizione, che passano attraverso gli insegnanti, causerebbero la perdita del rapporto di fiducia che è alla base del patto educativo che la scuola crea tra docenti e studenti, con grave danno per la formazione di questi ultimi.

Peraltro, c’è anche il rischio di abbandono. Se uno studente che ha problemi con le sostanze stupefacenti decide di lasciare per timore, anziché aiutarlo, lo spingono ancora di più nel disagio.

Non tocca agli insegnanti o alla scuola fare controlli medici sui ragazzi. Qui, invece, si fa passare il principio che devono essere gli insegnanti a segnalare i ragazzi perché facciano i controlli. Un ruolo che non hanno e che spero non assumano.

Siamo di fronte ad una vera strumentalizzazione politica dei problemi sociali.