Quando i danni li fa il Comune

A causa del Comune di Verona, non è stato possibile inserire la tratta ferroviaria alta velocita Verona – Pescantina nel Piano nazionale Ripresa e Resilienza.

Come è noto, con il Recovery fund l’Unione Europea ha deciso di sostenere la ripresa dei paesi europei colpiti dalla grave pandemia da Covid 19. Tra questi l’Italia ha ottenuto finanziamenti per 209 miliardi di euro per sostenere sei missioni strategiche.

Una di queste riguarda le infrastrutture, per le quali il finanziamento europeo sfiora i 30 miliardi di euro.

Quali progetti possono essere finanziati? Quelli per i quali entro il 2023 possono essere impegnati i fondi ed entro il 2026 essere spesi. Quindi, progetti ad un certo livello di progettazione, almeno definitivo condiviso dal Comitato Interministrperiale Programmmazione Economico.

Quindi, il PNRR per Verona ha finanziato la tratta alta velocità da Brescia a Vicenza – sulla linea Milano – Venezia) considerato che per questo percorso la progettazione è ad un livello tale da poter rientrare nel Piano.

Per la tratta Verona – Brennero, invece, non è stato possibile inserire nel Piano il quarto lotto funzionale delll’alta velocità Verona – Pescantina. Un vero peccato, perché ci sarebbero stati i tempi per avere, oggi, il livello di progettazione utile. Invece, siamo ancora al progetto preliminare.

Cosa è successo?

Nel corso del mese di settembre 2018, Rete Ferroviaria Italiana ha presentato il progetto preliminare al Comune di Verona per acquisirne il necessario parere e le integrazioni ritenute utili. Una normale procedura che anzichè essere affrontata con urgenza, come era ovvio pensare, è stata enormente rallentata dal Comune. infatti, il parere è stato espresso alla fine del 2020.

Due anni di tempo per valutare il progetto premilinare che, quindi, è rimasto tale. Infatti, sulla base delle osservazioni presentate, RFI sta aggiornando il progetto.

Ciò ha comportato che la tratta interessata non avesse le caratteristiche utili per ottenere i finanziamenti europei.

I danni collaterali sono importanti, oltre a quello del mancato finanziamento. Rallentare l’alta velocità verso nord, inciderà negativamente anche sullo sviluppo della piattaforma logistica del Quadrante Europa che si distingue in particolare a supporto dei mercati delle merci del nord Europa.

Non è dato sapere per quale ragione ci sia stato quel grave ritardo, È certo, pero, il danno.

 

Nogara – Mare Adriatico, i due fallimenti di Zaia.

La definitiva sepoltura della cosiddetta “autostrada regionale Medio Padana Veneta Nogara – Mare Adriatico”, un nuovo collegamento autostradale che attraversava la nostra provincia, porta con se due fatti: è il più grande fallimento di Zaia e delle sue inutili promesse ed i vincoli imposti ai proprietari terrieri per gli espropri lungo la tratta sono decaduti.  

Come era stata progettata a livello preliminare, avrebbe avuto origine nel comune di Nogara, si sarebbe sovrapposta alla SS 434 Transpolesana a Legnago, trasformandola in autostrada fino a Rovigo e sarebbe proseguita fino alla “Nuova Romea” nei pressi di Adria (RO).

Successivamente, nella fase di aggiudicazione della concessione e, quindi, della prevista progettazione definitiva ed esecutiva, la strada era stata estesa da Nogara fino alla A22 del Brennero a Nogarole Rocca. In pratica, avrebbe collegato l’autostrada del Brennero, la Transpolesana, l’Autostrada A31 Valdastico a Canda (RO) e l’autostrada A13 Padova-Bologna a Villamarzana (RO).

Una specie di alternativa all’autostrada A/4.

Nel dicembre 2011 la Regione Veneto ha approvato la delibera relativa al bando di gara per un costo complessivo di 1.912 milioni di euro circa con un contributo pubblico in conto capitale di 50 milioni di euro oltre all’IVA.

Nel marzo del 2018, però, la stessa Regione ha deciso di non sottoscrivere la concessione deliberata a seguito della richiesta, inoltrata dal raggruppamento delle società vincitrici, di rivedere al rialzo il contributo pubblico previsto originariamente per realizzare l’opera: da 50 milioni di euro, a 1,87 miliardi. Una cifra enorme.

La decisione è stata impugnata e sia il TAR sia il Consiglio di Stato (settembre 2019) hanno dato ragione alla Regione in quanto la sua condotta non è stata contraria ai doveri di correttezza e di lealtà nel momento in cui il contributo pubblico è cresciuto così enormemente.

Lo stop a tutta la procedura avviata per il l project financing è, quindi, definitivo.

Per aggirare il fallimento, Zaia ha provato a rivitalizzarla in qualche modo. Infatti, nel novembre 2020 ha inserito l’opera nella propria proposta di Piano regionale Ripresa e Resilienza che ha inviato al Governo per l’inserimento nel Piano nazionale e ha chiesto 2 miliardi di euro, ma con priorità 2 (necessaria ma non indispensabile). Fa specie rilevare che la cifra richiesta è quella per pagare il contributo pubblico che la società concessionaria (un raggruppamento di imprese capitanato dalla società Serenissima) aveva chiesto, ragione per la quale la Regione aveva bocciato tutto e vinto fino al Consiglio di Stato

La proposta è stata irricevibile perché con i soldi del Recovery Fund non si possono realizzare autostrade in concessione (cosa che Zaia sapeva, comunque).

La sepoltura è definitiva.

Come sempre accade, a partire dal momento in cui la Regione aveva deciso l’opera, i terreni interessati dalla nuova strada erano stati vincolati. I vincoli, ancorché non viene costruito nulla, impediscono ai proprietari qualsiasi intervento.

Nel caso della Nogara – Mare, però, la novità è che i vincoli imposti, essendo passati già dieci anni ed essendo stata archiviata tutta la procedura autorizzatoria – ragione per la quale non possono più essere reiterati legittimamente – non sono più operanti e, pertanto, i proprietari possono agire senza limite alcuno.

E’ il secondo fallimento di Zaia: quei vincoli senza alcun risultato hanno impedito uno sviluppo diverso dei terreni interessati per tanti, troppi anni.

Le decisioni anti covid e l’allegra banda dei Pierini.

Il Governo ha deciso le nuove misure per affrontare l’emergenza Covid. In fondo, riporto alcune slide esplicative.

Sul provvedimento, la Lega si è astenuta perché chiedeva un “coprifuoco” più morbido di un’ora, dalle 22 alle 23. Un decreto fondamentale per affrontare l’emergenza sanitaria, rifiutato per un’ora in meno di coprifuoco. Una cosa che solo a raccontarla fa ridere, ma, purtroppo, è proprio così.

Una premessa doverosa: come è sempre accaduto, le scelte sono orientate sulla base dei dati scientifici.

Purtroppo, le evidenze attuali sono: la variante “inglese” ha preso decisamente il sopravvento ed è notevolmente più contagiosa e la scienza ha provato che il virus resta sospeso in aria per qualche tempo. Queste due certezze hanno determinato l’apertura vera dei soli locali che hanno spazi all’aperto. In Italia come anche altrove. Ad esempio, in Inghilterra, nonostante abbiano vaccinato oltre la metà della popolazione, possono aprire solo i locali all’aperto.

Ma il “coprifuoco” esiste solo in Italia? No. In Austria parte alle 20, in Belgio alle 22. In Francia alle 19,  in Germania alle 21, alle 22 in Olanda e in Spagna alle 23.

Quindi, il solito Salvini la spara inutilmente grossa. Il problema è che sostiene il Governo. Dunque, questa maggioranza è stata composta per affrontare insieme e responsabilmente la pandemia, ma se quello lì continua a fare lo scienziato, per quanto mi riguarda potrebbe anche uscirne. Di sicuro noi non ne sentiremo la mancanza.

Tra i Pierini annovero anche il sindaco Sboarina. Lui che nel pieno dei contagi chiudeva i parchi vuoti e lasciava aperta Piazza Erbe, adesso sbraita per protestare sul fatto che in Arena non possono entrare più di 1.000 spettatori (è stata ribadita la quota imposta già nel 2020).

Ovviamente, non ha alcuna cognizione dei dati scientifici, ma, soprattutto, non ricorda che le deroghe possono essere concesse dalla Conferenza delle Regioni su proposta della Regione Veneto? Lo dice la norma. Peraltro, già l’anno scorso Zaia firmò l’ordinanza con la deroga per l’aumento dei posti da 1.000 a 3.000. Ordunque, possiamo fidarci di uno che parla facendo finta di non sapere le cose? Io no!

Poi c’è un certo Mazzi che, non so a quale titolo sinceramente, urla che lo spettacolo in Arena è in ginocchio a causa della decisione del Governo Draghi. Non si può chiedere ad uno che non sa di cosa parla perché lo faccia, ma posso chiederlo al giornale che rilancia le sue interviste come se fossero fondate su evidenze scientifiche provate. Non lo sono e poiché ha promesso che si incatenerà ai cancelli dell’anfiteatro, andrò a fotografarlo in modo da studiare come un essere umano supera il limite della decenza.

E che dire dei rappresentanti veronesi di commercianti e albergatori? Non serve specificare perché protestano. Entrambi parlano come se il virus eviti di frequentare i locali e gli alberghi. Ma la cosa più singolare è certamente il fatto che, il primo non ha capito che nei luoghi chiusi la probabilità di ammalarsi è altissima e il secondo che i turisti non vengono perché i loro paesi di origine sono messi come noi e non consentono gli spostamenti.

Insomma, è riemersa un’allegra banda di disinformatori che orienta le coscienze con invettive e slogan pseudo negazionisti, mai basate sui dati. Anzi, no…sono basate sui conti, ma qualcosa mi dice che non sono i conti della triste lista quotidiana dei decessi.

 

Slide Decreto Riaperture

Sostenere Verona Fiere

L’Italia faccia come la Germania e finanzi a fondo perduto le Fiere italiane più grandi.

Durante l’anno scorso e, purtroppo, prosegue anche in questa prima parte dell’anno, tutte le Fiere italiane sono state praticamente azzerate.

La pandemia ha costretto modifiche e rinvii di occasioni fieristiche di livello internazionale, anche a causa dell’impossibilità degli operatori economici di poter circolare liberamente nel mondo.

Il settore, caratterizzato soprattutto su strutture sociali di carattere privatistico, non ha potuto usufruire sufficientemente dei vari sostegni e ristori che nel tempo sono stati decisi, ragione per cui la sofferenza economica finanziaria si è certamente acutizzata.

Così è stato anche per Verona Fiere. Il problema è il rischio che corre la nostra Fiera rispetto ad altri competitor se questi ripartono prima. Si potrebbe scatenare un’operazione di cannibalismo: chi si riprende prima, soffia momenti fieristici ad altri che faticheranno a riprendersi, compresa Verona Fiere.

L’allarme è già suonato: la Germania ha deciso di sostenere con circa 642 milioni di euro il proprio sistema fieristico.

Un sostegno a fondo perduto per coprire le perdite del settore fieristico da marzo a dicembre 2020 per effetto delle restrizioni anti-contagio, in Italia e nel mondo. Lo strumento finanziario è stato autorizzato dalla Commissione Ue, insieme alla deroga al regime de minimis sugli aiuti di Stato alle Piccole e medie imprese, che consente solo contributi di piccola entità, insufficienti per coprire le perdite subite dalle principali società.

La decisione darà ossigeno al sistema tedesco e lo pone con forza sul mercato mondiale.

La Fiera di Verona è tra quelle maggiormente danneggiate in Italia, anche per la sua dimensione internazionale. Non ci sfugge la forte e pericolosa concorrenza della Germania nei confronti della nostra Fiera.

Il Governo Draghi decida di fare la stessa cosa, ovvero, chieda in Europa la deroga come ha fatto la Germania e provveda ad un adeguato finanziamento a fondo perduto delle maggiori fiere italiane.

Verona Fiere, a quel punto, certamente sarà tra quelle che dovranno far parte di questo pacchetto di aiuti e, di conseguenza, reagire agli eventuali sbilanciamenti che si creeranno tra chi parte prima e chi dopo.

A livello nazionale, ovviamente, questo tipo di sostegno potrà salvaguardare la liquidità delle fiere e, quindi, favorirne la ripresa che, temo, potrà essere piena solo a partire dal 2023.

Aeroporto Catullo, quali scenari futuri

Premessa

Da tempo, ormai, il Consiglio di Amministrazione dell’Aeroporto Catullo di Verona ha approvato sia un importante programma di investimenti che dovrebbe aumentare almeno del 50% la superficie dell’aerostazione sia l’aumento di capitale di circa 30 milioni che, conseguentemente, impegna i soci azionisti: Aerogest per il 47,015%, Save per il 41,843%, Fondazione Cariverona per il 2,897%, Provincia autonoma di Bolzano per il 3,584%, Provincia di Brescia per il 2,091% e altri enti per il restante 2,568%.

La società Aerogest, costituita tra il Comune di Verona (9,978%), la Provincia di Verona (20,706%), la Provincia Autonoma di Trento (30,266%) e la Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Verona (39,050%), era stata creata per gestire le partecipazioni nella società Aeroporto Catullo S.p.A. al fine di orientarne gli obiettivi e le strategie in rapporto all’interesse del territorio di riferimento dei soci pubblici aderenti.

Fatto

L’articolo 14, comma 5 del Dlgs 175/2016, stabilisce il divieto, per le amministrazioni pubbliche, di erogare finanziamenti o sostenere con garanzie le società partecipate che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio o che abbiano utilizzato riserve disponibili per il ripiano di perdite anche infrannuali. E’ il caso di Aerogest che, nel triennio 2015/2017, ha avuto sempre perdite di esercizio, per quote irrisorie, peraltro (Bilancio 2015 – perdita d’esercizio pari a Euro 16.194; Bilancio 2016 – perdita d’esercizio pari a Euro 15.775; Bilancio 2017 – perdita d’esercizio pari a Euro 20.834).

Fa specie rilevare che di fronte ad un così elevato impegno di responsabilità, i soci pubblici abbiano permesso perdite irrisorie che, nei fatti, hanno determinato la chiusura della società. Infatti, la decisione, peraltro assunta con grave ritardo e dopo aver detto tutto e il contrario di tutto in merito, è stata presa in queste ore.

Già nel 2018, tre anni fa, avevo chiesto di agire chiudendo Aerogest e affrontando l’aumento di capitale. Per Comune e Provincia ci sono voluti tre anni per arrivare alla stessa conclusione.

Nodo da sciogliere

Adesso siamo di fronte ad un nodo.

Il carattere “pulviscolare” delle partecipazioni di più enti locali in una società privata, così come il carattere minoritario della partecipazione di un solo socio pubblico, impedisce che l’attività svolta dalla società partecipata possa essere qualificata come servizio pubblico di interesse generale, unica ragione per la quale un Ente locale può avere partecipazioni in una società.

Un servizio può essere considerato di interesse generale solo nel caso in cui l’intervento del soggetto pubblico sia necessario per garantire l’erogazione del servizio in condizioni di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza, condizioni che diversamente non potrebbero essere garantite se lo stesso fosse affidato al mercato. Ne consegue che nel caso in cui le partecipazioni degli Enti locali siano così ridotte da impedire allo stesso di influire sulle scelte strategiche della società, ovverosia non esistano particolari clausole dello statuto o patti parasociali che consentano ai suddetti Enti l’esercizio congiunto del controllo, si esclude che la società privata possa svolgere un servizio di interesse generale.

Va detto, inoltre, che da tempo è stato stabilito un patto parasociale tra Aerogest e SAVE.

Adesso che non ci sarà più Aerogest, il nodo diventa un cappio ed i soci pubblici sono costretti a unirsi tra loro (solo patto parasociale), pena l’obbligo di cedere le azioni del Catullo. Per farlo, ovviamente per continuare a contare come adesso, devono per forza partecipare all’aumento di capitale deciso tempo fa. In questo senso, ovviamente, si sono già espressi i soci pubblici.

Ma allora, anziché dire che parteciperanno all’aumento di capitale perché ci credono, perché non dicono che i loro errori li costringono a farlo obtorto collo?

Conclusioni

Il patto parasociale tra soci pubblici (obbligatorio), stavolta comprenderà anche la Fondazione Cariverona, la Provincia autonoma di Bolzano e la Provincia di Brescia, grazie ai quali si andrebbe dal 47,02% del capitale a oltre il 50%, ovvero in maggioranza assoluta? Questa condizione permetterebbe senz’altro di determinare le scelte a favore del comprensorio del Garda e, conseguentemente, di contrastare il disegno del socio privato SAVE di rendere il Catullo una subordinata dell’Aeroporto di Venezia!

E se qualcuno di quei soci diversi dai veronesi Comune, Provincia e Camera di Commercio, dovesse tirarsi indietro dall’aumento di capitale, i nostri tre avrebbero la forza economica di comprare l’inoptato? In caso negativo, potrebbe comprarlo SAVE e così schizzare ancora più in alto con le proprie azioni determinando uno scenario in cui il patto parasociale non servirebbe a molto.

Insomma, i ritardi e gli errori commessi pongono Verona in un quadro di incertezza che sarà risolto appena il fumo degli annunci roboanti di Sboarina e company si diraderà.

A breve!

PS: C’è da dire, inoltre, che rispetto ad altri aeroporti “vicini”, il Catullo investe briciole.

Infatti, per l’aeroporto di Orio al Serio sono previsti investimenti per 450 milioni nel corso della gestione quarantennale, per l’aeroporto di Bologna 200 milioni e il Master Plan 2012-2021 di quello di Venezia prevedeva investimenti complessivi pari a 350 milioni, anche per accogliere la nuova linea ferroviaria tra l’aeroporto e la città di Venezia.

L’Aeroporto di Verona è fermo da anni. Nel 2018 era stato deciso un investimento di appena 60 milioni di euro.

Inutile sottolineare la rilevante sproporzione.

“Moria del kiwi”, da Verona a Roma.

La “moria del kiwi” è una sindrome che colpisce il frutto e comporta l’appassimento delle piante per morte dell’apparato radiale, con conseguente perdita della produzione e il disseccamento delle stesse, fino a compromettere in maniera irreversibile, anche nel giro di una sola stagione, l’intero frutteto. Gli apparati radicali delle piante sintomatiche appaiono compromessi e caratterizzati da marcescenza diffusa con capillizio radicale assorbente assente.

Ad oggi la “moria del kiwi” rimane la più grave malattia perché non è stato identificato un chiaro ed unico agente eziologico ed è multifattoriale, ovvero si manifesta in concomitanza di diversi fattori presenti contemporaneamente, per altro ancora non completamente definiti.

Non esiste allo stato attuale né una cura né prevenzione efficace nonostante si sia cercato di controllare i fattori predisponenti, come gli eccessi idrici nel suolo. Anche a causa della difficile individuazione delle cause, non è stato al momento possibile trovare soluzioni efficaci per contrastarla, e a partire dal 2012, si è diffusa in tutti gli areali di coltivazione in Italia.

La moria è in continua espansione in tutti gli areali di coltivazione, arrivando a colpire oltre il 25 per cento della superficie nazionale (6.560 ettari su un totale di 25.000 ettari): apparsa a Verona nel 2012 (dove ha colpito, ad oggi, circa 2.000 ettari su un totale di 2.500 ettari prima presenti), si è poi diffusa anche in altre realtà dal 2014 al 2018.

Per il 2020, è stato stimato un danno diretto agli agricoltori di oltre 300 milioni di euro (senza considerare l’indotto). Va altresì considerato che il danno arrecato alle superfici è permanente, a differenza di molte altre calamità per le quali, nell’anno successivo, è possibile tornare alla piena produzione: nel caso della moria del kiwi, invece, si devono sommare ogni anno le mancate produzioni delle superfici colpite alle nuove, per cui la perdita di produzione è quasi esponenziale. In tale senso, si stima che la perdita economica cumulata sfiori ormai il miliardo di euro.

Sin dal 2013, data la gravità del problema, alcuni comuni veronesi e altri enti pubblici (Provincia di Verona e Camera di Commercio, Comuni di Sommacampagna, Valeggio sul Mincio, Villafranca e Sona; Consorzio kiwi del Garda) hanno iniziato a finanziare le prime ricerche, ad opera di CREA ed AGREA Centro Studi, per indagare il fenomeno e cercare di individuarne le cause.

Finora, però, il fenomeno della moria del kiwi era stato affrontato solo in modo prevalentemente “locale”, con azioni promosse da enti territoriali e di ricerca che hanno interessato specifici areali, e talvolta senza sostegno economico finalizzato.

Da qui la proposta del nostro Assessore all’agricoltura del Comune di Sommacampagna, Giandomenico Allegri, di approfondire il tema a livello nazionale.

Con il collega Senatore Taricco, capogruppo PD nella Commissione Agricoltura del Senato, è stato avviato un percorso di conoscenza attraverso l’audizione di decine di esperti.

Il lavoro si è concluso con una risoluzione impegnativa per il Governo con la quale si chiede di sostenere, previo reperimento delle risorse, un adeguato progetto complessivo,  un programma di ricerca dedicato, valorizzando il lavoro fatto finora dai diversi soggetti interessati (campi prova, impianti commerciali monitorati ed esperimenti messi a punto in condizioni controllate).

E’ la prima volta da quando la moria è apparsa in Italia, quindi, a Verona nel 2012 e speriamo che porti a conclusioni efficaci.

I commissari straordinari per Verona.

Ho proposto la nomina dei commissari straordinari per accelerare la realizzazione della variante alla strada statale 12 e del nuovo collettore fognario del Lago di Garda.

Il decreto “sblocca cantieri” dispone di individuare gli interventi infrastrutturali caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico-amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio-economico a livello nazionale, regionale o locale, per la cui realizzazione o il cui completamento si rende necessaria la nomina di uno o più Commissari straordinari.

Il primo Decreto – sul quale il parere è stato espresso ieri dalla mia Commissione di merito – è stato predisposto appena due mesi fa e contiene 58 opere da commissariare in tutta Italia. Entro il prossimo 30 giugno, il Presidente del Consiglio dovrà emanare un altro Decreto con altre opere da commissariare.

Lo scopo è sostanzialmente quello di accelerare le procedure in modo da consentirne la realizzazione nel più breve tempo possibile.

In qualità di relatore per il primo Decreto Presidente del Consiglio dei Ministri, ho confermato i commissariamenti che con l’allora Ministro De Micheli avevamo concordato, in particolare per le opere dell’alta velocità Brescia-Padova e Verona-Fortezza.

Per la prossima stesura del secondo Decreto ho proposto il commissariamento per alcune opere che ritengo strategiche per il futuro.

Innanzitutto, ho chiesto la nomina di un commissario per accelerare tutte le opere connesse e necessarie per lo svolgimento dei Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026. Un appuntamento troppo importante per non arrivare in tempo. Per il Veneto, è la svolta, visto che per le Olimpiadi, ad oggi, molte cose non sono state neanche progettate.

Per Verona, invece, ho inserito la richiesta di commissariamento per la variante alla strada statale SS 12 “dell’Abetone e del Brennero” – Tratto di variante da Buttapietra sud alla tangenziale sud di Verona e per il nuovo collettore fognario del Lago di Garda.

Si tratta di due opere strategiche che certamente risolvono problemi atavici, ma che sono anche caratterizzate da risvolti che vanno ben oltre il territorio veronese.

Infatti, la SS12 ha anche una funzione “Olimpica” (in Arena a Verona ci sarà la giornata conclusiva dei Giochi) ed il nuovo collettore fognario del Garda dovrà scongiurare un danno di immagine enorme per l’Italia se l’attuale sistema fognario, vecchio di 50 anni, dovesse cedere.

 

Comune, basta buttare via i soldi!

Il Comune di Verona spende 188.059,05 euro per una gara per la redazione dello studio di fattibilità per la realizzazione di un collegamento in sede riservata per l’aeroporto Catullo, la stazione ferroviaria di Porta Nuova e l’area della fiera.

Ecco come si buttano via i soldi dei cittadini veronesi.

Si tratta di uno studio che è solo frutto di un’idea strampalata e che rischia di affossare definitivamente il progetto del collegamento ferroviario – modello metropolitana di superficie – da sempre auspicato. Peraltro, come è noto c’è già il progetto preliminare.

Il Comune poteva sollecitare la prosecuzione dei lavori nell’ambito del rapporto instaurato con Rete Ferroviaria Italiana per l’acquisizione delle aree dell’ex scalo merci di Santa Lucia, anziché pagare chissà chi per realizzare una cosa completamente alternativa.

Di quale progetto stiamo parlando?

Le Ferrovie dello Stato e la Provincia di Verona all’inizio degli anni 2000 stipularono una convenzione per cofinanziare la progettazione del collegamento Ferroviario con l’aeroporto Valerio Catullo.

All’epoca fu commissionato alla società «RPA engineering consulting» il progetto preliminare del collegamento ferroviario Verona-Aeroporto Valerio Catullo-Villafranca di Verona lungo la linea storica Verona-Mantova.

Quel progetto preliminare venne approvato con prescrizioni dal Consiglio Superiore dei LL.PP. e fu inserito nella legge obiettivo (n. 443 del 2001). Inoltre, con la delibera CIPE del 21 dicembre 2001, n. 121, venne anche approvato il primo programma delle opere strategiche.

Il progetto preliminare del 2003 ebbe un esito positivo in VIA e ottenne tutti i pareri favorevoli previsti x legge. Purtroppo non fu trasmesso al CIPE perché la progettazione definitiva non era finanziata.

Nel 2011, nella ricognizione dello stato di attuazione della legge obiettivo, l’opera ferroviaria venne riportata nell’elenco opere inserite nel programma delle infrastrutture strategiche per un costo totale di circa 90 milioni di euro.

A dicembre 2015, in fase di discussione della Legge di Stabilità 2016, il Governo Renzi approvò il mio Ordine del Giorno impegnandosi a riprendere il contesto al fine di riavviare le previste procedure per attualizzare la progettazione e i possibili finanziamenti.

Ancora più recentemente, nel 2019, avevo inserito nell’aggiornamento del Contratto di Programma RFI 2018/2019, la necessità di accelerare le procedure di progettazione.

Dunque, se le cose stanno così, con un progetto preliminare già fatto, già pagato, già valutato, che rientra nella legge obiettivo e nelle delibere CIPE e che è stato aggiornato nel 2011 e ripreso nel 2019, perché spendere soldi inutili per chiedere idee sul collegamento Aeroporto-Stazione Porta Nuova? Non bastava perorare la causa presso le Ferrovie anziché buttare via i soldi per un progetto che seppellirà anni e anni di impegni per averlo?

Sarebbe davvero comico se venisse fuori che il collegamento con il treno è indispensabile. Un concorso per farsi dire quello che già sappiamo.

Questo atto avrà due conseguenze: sarà molto difficile che le idee che saranno presentate avranno seguito (chi pagherà la loro realizzazione milionaria?) e intanto il progetto della metropolitana di superficie subirà un altro stop per chissà quanti anni ancora.

Davvero incomprensibile questa confusione. Il Comune poteva impegnarsi per far rientrare l’opera tra quelle necessarie per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, come ha fatto Bergamo per il collegamento tra la città e l’Aeroporto Orio al Serio, ma ha preferito buttare via inutilmente una bella montagna di soldi dei veronesi.

Finita la propaganda, resta il nulla!

Tempo fa, in pompa magna, era stato annunciato dalla Regione Veneto un progetto nuovo per il territorio: un collegamento ferroviario tra Verona, l’Aeroporto e il lago di Garda.

Paginate di giornali e servizi televisivi per quella che sembrava essere la soluzione strategica di tutti i problemi viabilistici delle aree interessate.

L’enfasi e il giubilo propagandistico, però, hanno lasciato posto…al nulla.

Veniamo al dunque.

Da sempre Verona chiede la realizzazione di una metropolitana di superficie ferroviaria tra la stazione Porta Nuova e l’Aeroporto Catullo utilizzando la linea storica Verona/Mantova.

In questo contesto, la novità era che la Regione aveva chiesto a Rete Ferroviaria Italiana, oltre a quel collegamento ferroviario, anche l’estensione dall’Aeroporto verso Peschiera del Garda e con una nuova bretellina su binari verso Lazise.

Si trattava di una soluzione suggestiva, più impegnativa finanziariamente, ma è rimasta tale: una suggestione!

Infatti, quell’idea è stata scartata perché non ritenuta remunerativa rispetto all’ingente investimento.

La cosa non è indolore, però. Non si tratta di superare un’idea che è rimasta solo sulla carta, ma di considerare quanti danni collaterali ha prodotto.

Il primo danno è certamente quello che non è stato possibile puntare sull’opera in occasione dell’aggiornamento del Contratto di Programma di Rete Ferroviaria Italiana per gli anni 2018 e 2019. In quell’occasione, appena pochi mesi fa, la risposta fornita a me che in commissione infrastrutture aveva posto il tema del collegamento ferroviario verso l’Aeroporto pe inserirlo tra le priorità, fu che si stava studiando una soluzione diversa, come proposta dalla Regione Veneto.

La seconda ripercussione è che aver preferito un’altra soluzione, non ha consentito di cogliere i benefici del Decreto Olimpiadi Milano-Cortina 2026. A causa della Regione Veneto abbiamo perso la grande occasione di inserire il tratto ferroviario nel Decreto che stabilisce risorse certe per un elenco chiaro di opere da realizzare entro il 2025.

Infatti, la Regione Veneto, pur avendo indicato quel collegamento tra le opere da costruire, al momento di imprimere sulla medesima la prevista e necessaria priorità, non l’ha fatto, privilegiando altre opere che insistono nella provincia di Belluno che sono state poi inserite tra quelle da realizzare.

Diversamente ha fatto la Regione Lombardia. Infatti, nell’ambito dello stesso Decreto, ha chiesto ed ottenuto il finanziamento completo per la realizzazione del collegamento ferroviario tra la stazione di Bergamo e l’Aeroporto Orio al Serio. Un’opera nuova rispetto alla nostra dove è già presente il collegamento ferroviario, ma a Dossobuono, distante circa 1,5 km dallo scalo.

Penso che la metropolitana di superficie fosse pienamente collegata alle Olimpiadi di cui il nostro Aeroporto sarà certamente funzionale.

Non ho mai capito la sottovalutazione della Regione Veneto.

Credo che per lo sviluppo futuro dello scalo scaligero si tratta di un colpo difficilmente superabile a breve.

Zaia, creduloneria o stupidità?

La scelta di Zaia di comprare vaccini anti covid in giro per il mondo, oltre ad essere più che sbagliata, si è rivelata il più ridicolo dei bluff.

Dunque, pochi giorni fa Zaia annuncia che: “il Veneto sarà in grado di vaccinare tutta la popolazione prima dell’avvio dell’estate, ma con la quantità di dosi che arrivano dallo Stato in queste settimane servirebbero due anni per immunizzare tutti. Da qui la volontà della Regione di cercare fornitori in modo autonomo, tanto che  due intermediari sarebbero già stati individuati, ma per la trattativa e l’acquisto è necessario il via libera del commissario del Governo (Arcuri).”

Inoltre, il 12 febbraio scorso annuncia d’aver chiesto all’Agenzia Italiana per il Farmaco l’autorizzazione.

Basandosi su un’ovvietà, quella che se ci fossero più vaccini si salverebbero più persone, ha compiuto una mossa che è assurda e si sta rivelando anche una grande bufala.

Per capire meglio il soggetto, è bene ricordare i suoi roboanti annunci concernenti la mascherina “made in Veneto” di cartapesta, poi sparita dal mercato e il tampone “fai da te” sotto la lingua. Due scemenze che hanno alimentato solo le sceneggiature dei comici.

Vaccinare prima i più ricchi

In ogni caso, il primo dato che rileva è che se la Moratti, assessore lombardo alla sanità, stupidamente ha chiesto al Governo di vaccinare prima i più ricchi lombardi e poi gli altri italiani, Zaia è stato più furbo: ha chiesto allo Stato di consentire l’acquisto dei vaccini alla ricca Regione Veneto.

E’ lo stesso principio di vaccinare (“salvare”) le persone in base al censo, ovvero residenti nelle Regioni più facoltose, ma declinato con maggiore furbizia.

Rompere l’unità dell’Unione Europea

Il secondo dato importante: l’Unione Europea sta agendo a nome di tutti i Paesi dell’Unione per acquistare i vaccini che vengono poi ripartiti in proporzione alla popolazione residente. In tutta Europa, nessun Presidente di Regione o di Lander ha mai pensato di agire sul mercato autonomamente, tranne il più figo di tutti: Zaia. Egli agisce fuori dai patti che l’Italia ha stabilito con tutti i Paesi europei.

Primo della classe o più asino?

Il vaccino è geopolitica

Terzo elemento. Come è noto la produzione di vaccini è anche geopolitica (ne parlo qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-vaccino-e-anche-geopolitica/) e le case farmaceutiche (o alcuni paesi) possono gestire la distribuzione anche per “conquistare” relazioni internazionali.

Se, anziché gli Stati o l’insieme di Stati (UE), chiunque cercasse vaccini da comprare, il prezzo salirebbe e gli Stati più poveri andrebbero in sofferenza rischiando di non riuscire a comprare i vaccini e subire l’influenza di Cina e Russia pronti ad offrire i loro prodotti in funzione di “conquista” futura.

Fin qui, le valutazioni politiche.

Il fattaccio

La cosa, però, ha assunto anche una connotazione nebulosa. Infatti, in merito stanno indagando i NAS dopo la denuncia fatta dalla Regione Umbria che ha ricevuto la medesima offerta da parte di sconosciuti intermediari.

Qui è cascato l’asino.

Messo alle strette, Zaia si è rifugiato in una serie di “non so”, “ha fatto tutto il Dott. Flor”, “non saprei”, “io non ho mai letto documenti in merito”, “io non ho mai incontrato nessuno”.

Addirittura ha chiesto ai giornalisti di attendere l’arrivo in conferenza stampa del Dott. Flor (Direttore Generale della Sanità del Veneto), mentre sapeva che era stato contemporaneamente convocato dai NAS per chiarire la torbida vicenda e, come tutti normalmente potevano immaginare, la permanenza in caserma a Treviso non sarebbe stata breve (è durata quattro ore e la conferenza, peraltro, era a Mestre). Lo ha fatto per “bloccare” le domande scomode dei giornalisti?

Insomma, mi è parso chiaro che abbia cercato di allontanare da se stesso ogni ombra (stesso comportamento sul MoSE: per anni ha sempre saputo e partecipato su tutto, ma dopo l’alluvione a Venezia ha cominciato a dire che non sapeva nulla). Questo fatto mi fa ulteriormente dubitare sui contorni della vicenda. Infatti, nei giorni precedenti si è sperticato ad annunciare l’acquisto come una cosa fatta e il 12 febbraio ha chiesto l’autorizzazione a comprarli. Oggi dice che lo stesso giorno ha comunicato ai NAS che aveva chiesto di acquistare 27 milioni di vaccini (peraltro, con quali soldi?).

In pratica, prima ha fatto tutto, arrivando fino alla decisione di acquistarli, poi ha chiesto di verificare la cosa, ma dopo che è stato allertato dalla Regione Umbria.

Creduloneria o stupidità?

Zaia ha agito in un mercato parallelo (e forse illegale ?) e dovrà rendere conto di un’azione che ha rischiato di rompere l’unità dello Stato rispetto all’Unione Europea e, se dovessero emergere fatti ancora più rilevanti, anche di alimentare un mercato speculativo su un bene salvavita.